Lui è perfetto.
Semplicemente perfetto. Quanto sarà alto, 185 centimetri? No, credo sia oltre i 190. Un bel blocco gellato di capelli spessi biondo sole, liquidi occhi blu traboccanti di autostima, mascella scolpita con precisione chirurgica – letteralmente, sospetto abbia dovuto strisciare la carta di credito per averla cosí sagomata.
È perfetto. Il pomo d’Adamo fa su e giú in modo libidinoso mentre mi regala consigli immobiliari tra una succhiata e l’altra alla cannuccia del suo mojito extra lime shakerato. «Conviene costruire, sai? Se hai quei cento/duecentomila euro fermi sul conto, non ha proprio senso buttarli in una casa che non è davvero tua. Con tutte le agevolazioni che ci sono, è la scelta migliore».
Non gli dirò che ho 1159 € sul conto – erano quasi tremila un paio di mesi fa, ma una mattina la mia Twingo del 2015 mi ha fatto il dito medio in piena tangenziale e si è piantata di colpo. Non gli dirò che devolvo piú di metà del mio stipendio di ogni mese nell’affitto di un umidissimo bilocale con pavimento della nonna in graniglia anni ’70 non perché sono scema nella testa, ma perché le mie chance di comprare casa – figuriamoci costruirla – tendono a zero. Non gli dirò che tra bollette, spesa, medicinali per la mia vulvodinia e le pastiglie per la leishmaniosi di Paco mi rimangono piú o meno un centinaio scarso di euro da spendere per dare alla mia routine un sapore anche solo vagamente umano. Non gli dirò neanche che faccio la commessa in un negozietto di saponi vegan e artigianali e che, per quanto quel lavoro mi piaccia un botto, la vita non è la favoletta al retrogusto di se vuoi puoi in cui lui sguazza.
Non gli dirò niente di tutto questo. Però qualcosa devo pur dirgli, perché lui si è interrotto, il pomo d’Adamo ha smesso di fare su e giú e i suoi occhi acquosi e insistenti sono fissi su di me. Mi guarda come se stesse parlando a una scolaretta, come se dovesse fare delle pause di tanto in tanto per assicurarsi che io capisca tutto per bene. Si aspetta che gli dica qualcosa tipo: “Sí, sí, immaginavo fosse come dici tu, hai proprio ragione”.
E quello che gli dico, in effetti, è: «Sí, sí, immaginavo fosse come dici tu, hai proprio ragione».
Poi piego la mia testolina di capelli neri di lato, sorrido, porto le labbra verso la cannuccia e sbaglio appositamente ad afferrarla con la lingua per un paio di volte. Nulla di goffo o imbarazzante, anzi. Questione di un secondo, giusto il tempo di fargli immaginare come starebbe bene la sua cappella appoggiata proprio al centro della mia lingua calda. Lui se lo immagina – lo capisco da come stringe gli occhi e trattiene un sospiro –, decide che probabilmente ci starebbe davvero un gran bene, sorride soddisfatto e la conversazione continua liscia liscia.
«Ecco perché ho messo gli occhi su questo terreno in un paesello sul Lago di Garda. Il paesino è terribile, ma chissene, il terreno invece è praticamente sull’acqua, una bomba vera, roba da farci un duplex in stile mediterranean e…»
Lui è perfetto.
Mentre mi parla di come vorrebbe affidare il project – sí, usa la parola project in modo non ironico – al suo amico architetto slash fotografo slash designer che ora abita a Le Marais con moglie cubana, figli e carlino, io lascio che i miei occhi banchettino sul suo corpo. Quanto peserà, 92 chili? Un piccolo bue trasformato in toro da anni e anni di Functional training e CrossFit.
E non me lo sto inventando, ovviamente; è tutto nero su bianco nella sua bio di Tinder.
Fabrizio B.
36 anni
Winners love winning. Amo stare con chi ha una mentalità vincente e positiva come la mia. No pigrone, pessimiste, piagnone, attiviste incazzate, nazifem pelose e gold digger. Se vuoi, puoi. Just do it. Pesavo qualcosa come 120 chili e look at me now. Sono una persona di successo che ama la vita: ask me how.
CrossFit king
Functional training passionate
Bella vita lover
YOLO
Mens sana in corpore sano
La famiglia è il mio tutto
Manco a dirlo, era stato un It’s a Match! immediato. Comunque, quei 120 chili si vedono tutti. Non glielo dirò, anche se sarebbe delizioso farlo: di sicuro la faccia gli diventerebbe tutta rossa e puntiforme, lui si alzerebbe con la scusa di dover andare a pisciare e uscirebbe dal locale lasciandomi il conto, pensando di avermi dato una bella lezione.
Ma è cosí, sembra un grosso insaccato fresco che cerca di schizzare fuori dal budello. E il budello è il dolcevita nero fasciante che probabilmente lui adora indossare perché ritiene gli evidenzi di brutto i bicipiti e i pettorali. Ed è anche vero, se gli si dà un’occhiata rapida. Ma ai miei occhi, gli occhi di una che i tizi come Fabrizio li conosce meglio dei propri capezzoli, sembra solo un budello troppo stretto. Il reminder – credo gli piacerebbe parecchio questa parola – di un’adolescenza in cui lui non era un winner che loves winning, ma un ragazzino soffice e cicciottello che le prendeva dai bulli. E ovviamente questa è la sua rivincita. Essere qui a sorseggiare un mojito in un localino sfizioso mentre vomita consigli imprenditoriali su una tettona con almeno dieci anni meno di lui avvolta in un tubino di velluto nero.
La tettona sono io. Ma comunque, lui è perfetto. Davvero perfetto. Non potevo sperare in nulla di meglio.
E le ragazze saranno contente.
«Ecco i vostri nachos con formaggio fuso». La cameriera spunta da dietro i divanetti e appoggia un vassoio blu notte con ghirigori pacchiani che dovrebbero richiamare qualcosa di azteco.
«Evviva, pensavo saremmo morti di fame!» Fabrizio lancia quel commento passivo-aggressivo con un sorrisone paternalista stampato sulla faccia. La cameriera ridacchia imbarazzata e sgattaiola via. Non appena lei se ne va, lui si mette a punzecchiare i nachos fumanti con la forchetta.
«Credi sia merda, questa? Tipo, secondo te quante calorie ha una roba cosí?»
«Boh, almeno tremila?»
Lui prima sbianca, allarmato, poi arriccia le labbra in un ghigno sospettoso e incerto, come se stesse cercando di capire se lo sto prendendo per il culo o dico sul serio. Ovviamente è la prima. A onor del vero non ho la minima idea di quale sia l’apporto calorico di un piatto di nachos di mais impregnati di formaggio fuso e non mi interessa. Potrebbero anche essere cinquemila calorie, per quel che mi frega.
«Scherzo,» sospiro, «ma scusa, non sei uno che sta attentissimo alla dieta? Dovresti dirmelo tu».
Un qualsiasi altro maschio alfa avrebbe potuto risentirsi per una domanda del genere, ma per Fabrizio è il cazzo di paese dei balocchi, perché cosí può finalmente parlarmi della sua intuitive paleo-diet a base di uova crude, tartare di manzo, frutta secca e salmone.
«Mi nutro quando il mio corpo ha fame e solo con ciò di cui ho davvero bisogno. Non ho bisogno di pesare nulla o di fare calcoli. Tutta quella merda iperprocessata e piena di conservanti che la gente troppo pigra o golosa mangia è come un cancro. E tu, cosa mangi di solito?»
Soppeso in una frazione di secondo la ginnastica mentale ed emotiva che dovrei fare per spiegargli che sono vegetariana da anni – con un’unica, piccola, eccezione – e che sto provando a diventare vegana al 100%. Decido che non ne vale la pena. A lui forse piacerebbe poter dare pareri non richiesti sulla mia dieta e questo sarebbe ottimo per la causa, ma ho degli standard anche io.
«Oh, sono onnivora, non dico di no a niente a patto che sia roba sana, fresca e nutriente. Ma non sono una mangiona».
«Brava. Dovresti provare la mia dieta, è ottima per la salute delle vostre cose da donne». Fabrizio prende le bustine del ketchup e della maionese, le apre entrambe, le spreme sul bordo del piatto condiviso facendo colare le salse appiccicose l’una vicino all’altra, impugna la forchetta e le mescola. Da quell’unione nasce un aborto rosa pallido e filamentoso.
Niente piú ketchup, niente piú maionese.
«Comunque, questo è il mio cheat day e posso sgarrare. E se lo faccio in compagnia di una bella ragazza come te, sono ancora piú contento», occhiolino.
Seguono una ventina di minuti al limite dell’ingestibile. Finiamo sia i nachos che i cocktail e optiamo per prendere un altro drink. Di mangiare qualcosa non se ne parla, Fabrizio ha decretato che i nachos sarebbero stati la sua cena, perché: «Va bene sgarrare, ma non esageriamo». Ovviamente io avrei potuto scegliere per me, ma non ho voluto urtarlo.
«Sí, sí,» ho detto, «in effetti mi sento piena anche io».
Bugia, ho una fame pazzesca. Ma sono anche stanca morta, e voglio solo che questa serata finisca. Mentre lui sorseggia il suo long island, mi accorgo che la conversazione sta dolorosamente e irrimediabilmente colando a picco. Lui non sembra interessato a sapere qualcosa su di me, io gli ho già fatto un mucchio di domande a favore di ego, lui ha dispensato i suoi consigli alla Live, Laugh, Love e ora ce ne stiamo entrambi in silenzio.
È il momento di usare l’arma segreta.
«Senti… nella tua bio di Tinder dici di essere una persona di successo e di… ask you how, chiederti come hai fatto, giusto?»
Bingo. Le sue piccole pupille si allargano come quelle di un gatto pronto ad acchiappare una cavalletta. Sembra uno che ha appena scoperto di aver vinto alla lotteria. Contento, agitato, sorpreso.
Perfetto. Lui è letteralmente perfetto.
«Mi fa cosí piacere che tu me l’abbia chiesto!» si tende in avanti e per un attimo temo voglia infilarmi la lingua in bocca. Ma no, vuole solo farmi credere che sta per raccontarmi il segreto del Santo Graal.
«Si vede che sei una sveglia. Che lavoro fai? No, aspetta, prima lascia che ti spieghi. Qualche anno fa ho dato una bella scrollata alla mia vita e, grazie al consiglio di un amico, ho realizzato finalmente il mio sogno e cioè essere l’unico capo di me stesso e poter lavorare dove voglio, alle mie condizioni, quando voglio. Metto subito le mani avanti e te lo dico chiaro e tondo, non è la classica robaccia da schema piramidale, perché…»
Ovviamente, si tratta di uno schema piramidale. E me lo comunica attraverso un monologo che non si esaurisce prima di dieci minuti netti – l’orologio firmato che porta al polso e che tiene sempre bene in vista non mente.
«In concreto, cos’è che vendete? Creme? Trucchi?» butto lí non appena lui mi concede di fargli delle domande. Fabrizio si irrigidisce e un’ombra cala sul suo sguardo.
«Non hai capito. Sono experiences sensoriali. Alleati di un approccio a trecentosessanta gradi alla cura della propria persona. E vendere non è il termine esatto, si tratta di…»
Vendere è ovviamente il termine esatto e ovviamente non si tratta di nulla di piú di semplici prodotti cosmetici. Come se ci fosse qualcosa di male. Ma Fabrizio insiste, batte il martello sull’incudine del mio atteggiamento perplesso che però lui prende per curiosità. O ignoranza, cosa che probabilmente lo aggrada ancora di piú.
«Vedi,» dice, «io sono uno spirito libero. Ho una mente aperta. Un’attitudine positiva. È quello che ci vuole, nella vita. La positività attira successo. Essere negativi o piangersi addosso non serve a nulla, figurati. Tenere le porte aperte, mettercela tutta, sempre, non mollare mai, work hard, dream big, è tutto quello che conta».
«Che lavoro fanno i tuoi?» una domanda forse fin troppo spinta. La alleggerisco con una slinguazzata alla cannuccia per concedergli di nuovo quel giochetto mentale del suo cazzo nella mia bocca.
«Mio padre è un avvocato. Mia madre ha una galleria in Precollina. Perché?»
«No niente, cosí».
Mi dà un’occhiata sospettosa. Però non credo abbia capito il sarcasmo implicito nella mia domanda. Work hard, dream big, facilissimo quando hai il culo poggiato su una miniera d’oro.
«Vabbè. Quindi, che ne dici? Se ti interessa posso farti partecipare a uno dei prossimi Dream Meeting». È cosí che chiamano le loro riunioni.
«Certo,» gli dico, «perché no».
«Ripeto, non è una…» si ferma, stupito. Abbassa le mani, le aveva già alzate come per sollevarsi da ogni responsabilità, accusa o perplessità. Era convinto avrei detto no ed era pronto a tornare all’attacco con una nuova tiritera. Ma io gli ho detto sí.
«Ah. Questa è una bella notizia. Davvero una bella notizia!» batte le mani e sfoggia quello che immagino sia uno dei suoi migliori sorrisi vittoriosi.
«Vedrai, sarà una figata. E piacerai molto a tutti». Accompagna quel commento con un occhiolino e un ghigno lascivo. Forse il mojito e il long island sono ormai entrati in azione. A questo proposito, dovrei proprio darmi una mossa.
«Possiamo parlarne meglio altrove,» propongo, «credo che la cucina chiuderà a breve, ma mi piacerebbe continuare la conversazione».
Mi piego in avanti e strizzo le tette tra gli avambracci. Le poverette hanno passato tutta la serata compresse e intrappolate nel bustino stretto di quel tubino e ora sono come due grossi e gonfi palloncini pieni d’acqua bollente, pronti a scoppiare. Vorrei squarciare quel dannato vestito e correre in giro nuda e libera, ma lui sembra trovarlo sexy. Deglutisce, si prende ancora qualche secondo per rimirare la mia scollatura da capogiro e poi annuisce convinto.
«Andiamo». Alla cassa, non accenno neanche minimamente a tirare fuori il portafoglio. So che uno come Fabrizio si offenderebbe a morte se lo facessi e mi riterrebbe o una maleducata senza il senso delle cose o una di quelle nazifem che gli danno l’allergia. E non posso permetterlo, perché lui è perfetto e io ci sono quasi. Paga il conto con una carta di credito nero opaco e mi porta fuori mettendomi un braccio attorno alle spalle.
«Casa mia è a Cit Turin. Era della mia prozia, l’ho fatta ristrutturare qualche mese fa, ti piacerà e…»
Lo blocco subito. L’idea di andare da lui non è minimamente contemplata. Non servirebbe a nulla e avrei buttato nel cesso questa serata passata a farmi riempire la testa di paternalismo filocapitalista da uno che non si vergogna di usare l’espressione “a trecentosessanta gradi”.
«E se andassimo a casa mia?»
Lui non sembra convinto. Inarca le sopracciglia nella classica espressione di uno che non si spiega come una ragazzetta possa davvero non voler passare la notte in un appartamento di lusso fresco di Superbonus 110%.
«Ok, lo dico perché mi fido, ma ecco, a casa mia ho dei giochini carini che potrei mostrarti…» unisco i polsi in quello che spero venga percepito da Fabrizio come il segno universale di due mani ammanettate.
«Oh!» strabuzza gli occhi come un rospo spiaccicato. «Ooh, sei una di quelle».
Ci pensa un po’ su. Riesco quasi a vedere cosa sta succedendo nella sua testa abbronzata. Riesco a vedere la bilancia mentale con cui soppesa le due opzioni: “Flexare il mio loft in stile scandinavo a Cit Turin o farmi una scopata da urlo con una zozza kinky?”
Alla fine il piatto con sopra la prospettiva di una notte davvero hot deve essersi schiantato a terra facendo penzolare tristemente nel vuoto l’altro, perché Fabrizio stringe ancora di piú il braccio attorno a me e mi sospinge verso una Macan di un verde sottobosco imbarazzante.
«Dove abiti?» chiede, mentre mi deposita nel posto del passeggero.
Ha almeno la decenza di non fare commenti non richiesti quando gli comunico l’ubicazione del dimenticabile quartiere periferico in cui sorge il mio traballante condominio. Sospetto però che la sua non sia cortesia, ma desiderio di cambiare argomento e iniziare con quella che probabilmente corrisponde alla sua idea di preliminari: sfregare insistentemente l’interno della mia coscia mentre guida, lanciarmi occhiatine languide e mitragliarmi di domande grondanti fregola adolescenziale.
Domande tipo: «Quindi ti piace farlo cattivo? Farti menare ti piace?» o l’imperdibile «Preservativo o crudo? Secondo me sei una da crudo, vero?»
Gli chiedo di parcheggiare la Macan un bel po’ di vie prima della mia. Gli dico che è perché il giovedí notte passano i camioncini per la pulizia delle strade e non vorrei che gli facessero storie. Lui fa spallucce, ancora intento a sfregare la mia coscia – se continua cosí probabilmente andrò a fuoco – e si arrampica con le ruote su uno dei marciapiedi. È una bugia, chiaro. In quel quartiere le pulizie vengono fatte il martedí. Ma lui cosa ne può sapere? La faccia tutta contrita e schifata che fa quando lo accompagno verso il mio condominio mi dice quanto basta: è la prima volta che mette piede in un’area cittadina dove un monolocale costa meno di 600 € di affitto, che nessuna agenzia immobiliare definirebbe come “l’ideale per crescere i tuoi figli” e dove la gente di passaggio guida veloce nella speranza che al semaforo successivo si ritroverà fuori da quel buco nero di degrado e muri scrostati.
Ed è semplicemente deliziosa la faccia che fa quando il portoncino scricchiolante dell’ingresso comune si apre su un ammasso stretto di scale sbeccate e pianerottoli che puzzano di zuppe pronte e detersivo mal asciugato.
«Cristo santo…» gracchia a disagio.
Lo tiro per una mano, ridacchiando piano, e i suoi occhi acquosi brillano nel buio pesante del condominio. Mi lancia uno sguardo inequivocabile, mentre armeggio con le chiavi proprio sopra uno zerbino sporco e polveroso che dice Benvenut* un cazzo. È lo sguardo da “sarà meglio per te che questa sia la migliore scopata della mia vita”.
Un grosso corpo caldo, nero e peloso ci accoglie entrambi non appena apro la porta di casa. Paco, il mio labrador. Sculetta e ondeggia tutto sereno e amorevole, come una piccola barca mossa da un vento placido. Fabrizio non sembra per nulla contento di quell’incontro e si affretta a scacciare Paco con un rapido movimento della mano. Il cane lo guarda confuso per un secondo, poi perde interesse e il suo naso umido si scontra con il mio ginocchio. Gli do un po’ di grattini sul testone.
«Ciao amore, ciao, ciao,» mormoro con dolcezza, «questo è un ospite, fai il bravo».
E quello è il segnale.
Se avessi detto qualcosa tipo “La mamma è tutta per te ora”, Beatrice avrebbe lasciato cadere il fazzoletto imbevuto di cloroformio e Linda avrebbe rimesso il cuscino a motivi floreali insieme agli altri, sul divano. Sarebbero uscite dai loro posti d’attacco e avremmo messo su una tisanina calda per chiudere la serata. Ma quello che ho detto corrisponde al segnale, quindi Beatrice si lancia fuori dal cucinino non appena Fabrizio inizia ad avanzare lungo il corridoio e gli schianta in faccia il fazzoletto imbevuto di cloroformio. Fabrizio va a sbattere contro il mobiletto, sorpreso, e oppone un po’ di resistenza, facendo andare le mani in tutte le direzioni.
Ma Beatrice è alta quasi quanto lui e soprattutto sa quello che fa: è un’infermiera, conosce i corpi, sa dove premere. Dopo una decina di secondi, Fabrizio crolla a terra come un rinoceronte sedato e il rumore del suo cranio contro il pavimento di graniglia mi ricorda quello di una grossa pallina che cade dall’albero di Natale. Paco non ha ancora smesso di ondeggiare al mio fianco, la sua coda frusta i miei polpacci.
«Shh, shh» gli faccio, dandogli qualche pacca tra le scapole.
È il turno di Linda.
Scivola fuori dal minuscolo soggiorno e si siede sul bacino di Fabrizio, come se volesse cavalcarlo. Gli cala il cuscino sulla faccia, preme forte – crock, probabilmente il setto nasale è andato – e gli toglie l’ossigeno fino a che lui non muore. Lo fa con una calma che mi inquieta ancora, dopo tutti questi mesi. Come se stesse impastando il pane. E sappiamo che è morto perché poi Beatrice controlla i suoi parametri vitali. Premo l’interruttore del corridoio e la luce inclemente della lampadina Ikea si riversa su quella scena grottesca. Io con un Paco fin troppo felice, Linda e Beatrice accanto al cadavere come se stessimo per fare un picnic. È strano come ci si abitui. Ormai mi sembra di montare un mobile: gesti meccanici, nessuna emozione. È quasi un appuntamento fisso, un bizzarro sostituto per il corso di ceramica che avrei sempre voluto fare ma che non mi sono mai potuta permettere.
Fabrizio, da morto, sembra ancora di piú un insaccato sul punto di scoppiare e riversare la sua polpa ovunque. Sarà la luce brutale, sarà che ha il naso spaccato, sarà che ha gli occhi quasi fuori dalle orbite, sarà che ha la bocca aperta piena di bava e sarà che il dolcevita gli si è arrotolato sopra la vita rivelando un ventre biancastro e peloso: non è poi granché.
«È morto» Beatrice ci informa.
Linda fa una risatina da animale. Piena, scomposta.
Linda è strana. Dice di aver vissuto in Francia, ma non avrebbe un accento francese nemmeno se lo pagasse. È spuntata quasi dal nulla, si è trasferita a Torino da un paesino semisconosciuto e sembra sempre persa in pensieri che non condivide con nessuno.
Oscilla tra l’essere incredibilmente affascinante e intelligente e il fare domande sceme, tipo «Freezer? Frizer? Freeeezeeer? E che cos’è? Mai sentito prima».
Ma comunque, l’idea di fare quello che stiamo facendo è perlopiú sua. Sua e di Beatrice. Ed è lei che si occupa ogni volta di insabbiare le tracce che potrebbero portare a noi. Non so come faccia, ma lo fa.
Io sono piú che altro logistica: il mio appartamento è perfetto perché è in un quartiere dove nessuno fa domande, il mio lavoro mi permette di smaltire le viscere, il mio aspetto funziona su Tinder. A volte mi chiedo se Linda e Beatrice mi vogliano davvero bene o se io sia solo una pedina utile. Poi mi dico che non importa. Prima di loro non avevo nessuno, e adesso almeno ho qualcuno con cui parlare. Ci mettiamo al lavoro e trasciniamo Fabrizio nel mio bagno a piastrelle bianche e blu con motivi di conchiglie e piccole onde.
Questa mania di arredare i cessi come se fossero idilliaci sprazzi d’oceano non l’ho mai capita.
Non appena lo scaraventiamo tra la vasca e i sanitari, Beatrice fruga nelle mensole per prendere una manciata di asciugamani e salviette. Ci muoviamo attorno al corpo in uno schema ripetuto all’infinito. Non serve guardarci negli occhi: conosciamo i gesti da compiere come se stessimo provando da secoli la stessa danza distorta. Linda e Beatrice gli allargano gambe e braccia. Il suo corpo massiccio rimane a pancia in su, a mo’ di grosso vitello eutanizzato, con il dolcevita incastrato dietro la nuca e i pettorali semiscoperti. Il viso è una maschera pietrificata e pallida, la bocca spalancata di sbieco. Linda, in silenzio, piazza una candela alla base di ogni arto, scandendo i punti cardinali del pentacolo da disegnare: uno accanto al piede sinistro, uno al piede destro, uno per ogni braccio, e uno sopra la testa. Io seguo la sua mano con un pennello da trucco imbevuto di vernice nera lavabile e traccio sul pavimento l’ampio cerchio e le linee a stella che uniscono i ceri. Il mio compito è sempre questo: tracciare, accendere, pulire dopo.
Le mani sporche, ma mai nel sangue vivo.
Beatrice adagia con cura un coltello da cucina – la lama affilata, larga – sul petto di Fabrizio. Poi prende un secondo coltello, piú piccolo, e con un gesto quasi affettuoso afferra il mento del cadavere, lo tira su come a volergli tubare qualcosa all’orecchio. Invece, con un colpo secco, gli incide la gola poco sotto la mandibola. Scende di taglio nel collo, aprendo pelle, muscoli e cartilagine con scricchiolii soffocati. L’odore del sangue e della carne esposta inizia a intrecciarsi al profumo vanigliato del detergente che uso per lavare il bagno.
La testa di Fabrizio si stacca piano, per un attimo quasi s’incaglia tra le vertebre. Beatrice affonda il coltello con piú convinzione per avere la meglio sull’ultimo blocco osseo, poi la vertebra cede in un suono che mi ricorda lo schiocco che fanno le bacchette giapponesi quando le separi. La testa rotola di lato, il collo mozzato scopre un foro lucido di midollo. Beatrice allunga la mano e io le passo la bacinella di plastica azzurra che di solito uso per il bucato. Il testone biondo viene messo lí dentro ed è Linda ora a prendersi cura della bacinella; se la stringe al petto e la culla come se tra le braccia avesse un bimbo appisolato e non un pezzo di cadavere. E in effetti, inizia a canticchiare qualcosa di simile a una ninnananna.
Un rivolo di sangue mi schizza sulla maglia. Non mi fa piú impressione. All’inizio sí, le prime volte vomitavo per ore, non riuscivo a togliermi l’odore di dosso neanche dopo tre docce. Ma il corpo si abitua a tutto, anche all’orrore. Forse è questo il vero scandalo: non quello che facciamo, ma quanto poco ci vuole perché diventi normale. Mi do una mossa e accendo la fiamma di ogni candela. Beatrice afferra di nuovo la lama piú grossa.
Scende sullo sterno.
Comincia dal petto, un taglio verticale fino al basso ventre. Sentiamo il rumore di pelle che si lacera, fibre muscolari che cedono, e il gorgoglio di un prevedibile zampillo di sangue, non forte ma continuo. Il dolcevita nero, già arrotolato, si incolla alle costole sporgenti. L’aria si riempie di quell’odore organico dolciastro che precede l’arrivo delle viscere. Gli addominali cedono. Beatrice spalanca i due lembi con le mani, rivelando un grumo opaco, marrone, giallo e rosso vivo. Fa un cenno inequivocabile e io mi affretto a posizionarmi accanto a lei con altri catini e bacinelle. Linda osserva, come sempre. Lei e Beatrice fanno il lavoro vero; io sono le mani che reggono i contenitori, che passano gli strumenti, che puliscono dopo.
Il rumore delle interiora è sempre cosí buffo, soprattutto quando Beatrice le afferra con fermezza, le tira fuori e le getta nei contenitori: uno scroscio gelatinoso e bagnato che mi fa venire in mente le alghe wakame.
Paco fa capolino dalla porta e lancia un uggiolio incuriosito.
«No, amore, non è pappa questa» gli dico con la solita vocina che uso con lui, piú per abitudine che per convinzione.
Beatrice accenna un piccolo sorriso mentre finisce di ripulire la cavità toracica. Con uno strappo, recide l’esofago residuo che era salito fin sotto la trachea. Gorgoglii smorzati vengono dai polmoni, compressi con la forza. Linda ancheggia verso la mia bacinella, dove fegato e pancreas riflettono pigri la luce della luna, e ci guarda dentro. Mentre lo fa, quasi mi sbatte in faccia la testa mozzata di Fabrizio e per un attimo mi trovo a tu per tu con lui. «Ehi, ciao» mi viene da dirgli. Le sue labbra color cenere rilasciano ancora un vago odore di formaggio fuso e long island.
«Oh, guarda qua» Linda gongola, soddisfatta. Studia le pieghe delle viscere, come un aruspice, e annuisce. «Brava. Questo era proprio un vero filisteo usuraio. Lo si vede dal fegato».
«Un cosa?» non credo di aver capito bene.
«Un coglione».
«Ah! Certo. Vi avevo detto che era perfetto» mormoro, lusingata. Arriviamo all’ultimo atto: il cuore. Beatrice punta la lama sul lato sinistro del torace e recide le cartilagini costali con pazienza. Le costole sono dure, e serve un po’ di pressione finché, con uno scatto secco, lo sterno si scardina e lascia intravedere la massa muscolare scura, ancora tiepida.
«Eccolo» Linda quasi si mette a fare le fusa.
Di fronte a noi, un ammasso rossiccio e compatto, striato di coaguli. Beatrice lo afferra, recide i vasi che lo tengono ancorato, e con una torsione lo strappa via dalla cassa toracica. Silenzio. Linda e Beatrice si guardano negli occhi, respirano in modo sincopato. Io resto un passo indietro, come sempre. Osservo quell’organo che noi umani romanticizziamo cosí tanto ma che a vederlo sembra solo il feto prematuro di un gatto. Anche Linda e Beatrice ne contemplano i contorni, come se fosse l’epicentro di un universo pronto a dischiudersi davanti a noi. Poi, Linda sputa dentro la cassa toracica ormai svuotata. Noi facciamo lo stesso, una dopo l’altra, ci tendiamo sulla cavità aperta e maleodorante, e gettiamo lí un grumo di saliva.
«Bene!» Linda prende posto proprio davanti al collo tranciato e si appoggia in grembo la bacinella con la testa.
«Ora mangiamo e rendiamo grazie a Lilith».
Ognuna di noi addenta un brandello di cuore. Ce lo passiamo come se stessimo condividendo una canna, fino a che quell’ammasso di fasci muscolari non diventa uno gnocchetto rossiccio. La carne è spessa, fibrosa, sa di ruggine e oro bagnato. A me fa un po’ schifo, a dire il vero, ma il rituale non si discute. Ecco, questa è l’unica eccezione della mia dieta normalmente vegetariana: i cuori dei ricchi uomini capitalisti che sacrifichiamo a Lilith.
Chiudo gli occhi e faccio finta di masticare un pezzo di seitan cotto in padella.
Mentre mangiamo, Linda sibila le sue preghiere. Parole incomprensibili, un po’ in latino e un po’ in una lingua che non conosco. Beatrice gorgoglia una nenia da brividi. È intonata da paura e quando fa quella voce bassa e roca sembra davvero posseduta. La prima volta che le avevo viste all’opera mi erano sembrate incredibilmente cringe; potevo anche gestire l’idea di staccare la testa a uomini come Fabrizio, ma tutto quel teatrino mi aveva lasciata perplessa.
Era stata proprio Beatrice a tirarmi dentro. Ci siamo incontrate su Tinder qualche mese dopo che Riccardo mi aveva lasciata – Riccardo, quattro anni insieme, che un giorno aveva deciso che la nostra relazione non lo faceva piú crescere come persona e se n’era andato a vivere con una collega che evidentemente era bravissima a farlo crescere. O a somministrare pompini spaziali. Ero rimasta sola in quel bilocale umido, con Paco, gli straordinari non pagati e nessuno con cui parlare. Le mie amiche del liceo si erano disperse, quelle dell’università pure e io non avevo piú le energie per costruire qualcosa di nuovo.
Beatrice era stata la prima persona in mesi a chiedermi davvero come stessi.
Avevamo passato ore e ore a parlare di teorie anarco-socialiste, redistribuzione del capitale, sovranità alimentare e violenza sanitaria. Poi l’avevo invitata da me e dopo il sesso mi aveva chiesto se me ne intendessi di stregoneria. Le avevo detto che mi interessava il concetto delle streghe secolari e che avevo letto The Spell Book for New Witches di Ambrosia Hawthorn, cosí, per divertimento.
Poi mi aveva chiesto se l’idea di uccidere un uomo per una buona causa mi mettesse a disagio.
Le avevo detto di sí, ma il giorno successivo l’avevo chiamata giusto per sapere dove volesse andare a parare. Anche per solitudine, credo. Per avere qualcuno con cui passare il giovedí sera. Scherzando, le avevo chiesto se per fare parte della gang mi servisse una scarificazione a mezzaluna simile a quella che lei sfoggiava sul polso, ma Beatrice si era incupita tutta e mi aveva chiesto di non parlarne mai piú.
«Questo è il mio motivo, ma non c’entra con te. E spera rimanga cosí».
La settimana dopo mi ero ritrovata a casa sua a reggere un’insalatiera piena di sangue e intestini.
«Sorelle, Lilith non sottovaluta i nostri sforzi e accetta di buon grado l’offerta di questo uomo empio e borioso» Linda ingolla l’ultima pallina di carne rimasta e si mette ad accarezzare i capelli di Fabrizio con dita impiastricciate di sangue.
«Un corpo come vascello, una testa come pendolo, viscere come mantello e un cuore come chiave».
Ogni volta che pronuncia quelle parole un brivido elettrico e doloroso mi attraversa la spina dorsale. Mi sembra che una mano gelida si chiuda attorno alle mie ossa e le tiri tutte verso l’alto, come se le mie giunture fossero attaccate a fili invisibili.
«Attendiamo il giorno in cui la luna annienterà il sole, la vipera camminerà su zampe di corvo, l’agnello divorerà il lupo e la lavanda prenderà il colore della notte. Dono dopo dono, Lilith si fa piú vicina. Dono dopo dono, la vendicatrice dei piegati corre verso di noi».
Cade un silenzio intervallato solo dal plic plic del rubinetto mezzo rotto del mio bagno, dal ronzio intermittente della caldaia e dal turbinio peloso della coda di Paco. L’aria è un circo di odori cosí diversi tra loro da far girare la testa: l’acutezza tagliente del sangue, il puzzo caldo e primordiale di muscoli aperti e viscere, la burrosità pastosa della cera ormai colata, la morbidezza discreta del mio detergente per il cesso, il costoso profumo di Fabrizio – Black Orchid di Tom Ford, aveva ritenuto importante dirmelo –, il sudore animalesco ma gentile che cola dalle nostre ascelle stanche, alito di cane emozionato.
«Tisanina?» Linda ci guarda con un sorriso a trentadue denti.
Nel giro di un paio di minuti, le bacinelle farcite di orrori vengono messe tra il water e il bidet. Quella con la testa di Fabrizio rimane lí vicino alla vasca. Beatrice riduce gli asciugamani a una palla rossastra e li getta in un angolo. Sarà lei a occuparsi di smaltire il grosso di quel macello. A fine serata segheremo gambe e braccia e infileremo il cadavere in pratici sacchetti gialli, insieme ai panni. Beatrice caricherà il tutto sul suo Doblò e lo porterà all’inceneritore dell’obitorio adiacente all’ospedale. Linda è quella che fa sparire le teste e le tracce. Io farò del mio meglio con le interiora; il retrobottega del negozietto sembra il laboratorio di Breaking Bad e non è difficile trovare il modo di sciogliere roba molle. Mi basterà aspettare che Mara vada in pausa pranzo, anche se non ci faccio mica i saponi, con le viscere degli uomini che ammazziamo.
No, solo prodotti vegan, da Spuma & Karma.
Ognuna ha il suo ruolo. Il mio è tutto qui: l’esca, il luogo, lo smaltimento. Mi chiedo se servirei a qualcosa, senza il mio appartamento losco e il mio lavoro e la mia faccia da Tinder.
Linda e Beatrice iniziano a parlottare tra loro, come sempre. Discutono di dettagli del rituale, di come migliorarlo, di cose che non capisco e che forse non voglio capire. Io le ascolto a malapena. Mi chiedo se dopo la tisana riuscirò a dormire o se resterò sveglia a fissare il soffitto come al solito. Proprio mentre sto per uscire dal bagno, Paco si infila tra le mie gambe e trotterella felice verso i catini. Prima che io possa fare qualcosa, il suo muso è già immerso nei polmoni di Fabrizio.
«Lascialo mangiare» dice Linda, senza neanche voltarsi. «È parte del ciclo».
Annuisco. Guardo Paco che affonda il muso negli organi con la stessa gioia con cui mangerebbe un bocconcino premio. Un anno fa mi avrebbe fatto orrore. Adesso penso solo che almeno cosí risparmio sulle crocchette. La dieta BARF costa una fucilata, ma questa versione è gratis.
«Bravo Paco» mormoro e non so se mi fa piú schifo lui o io.
Mi volto per spegnere la luce e chiudere la porta. La fronte di Fabrizio spunta dalla bacinella, con un po’ di sopracciglia e la mezzaluna degli occhi, come se stesse per farmi bubusettete. Il pungiglione di un nebuloso senso di colpa si fa strada nel mio ventre.
È normale, tutto questo? No, ovviamente non lo è. Ma è giusto, quantomeno? Ha un senso? La vendicatrice tornerà davvero a salvare i piegati? Ci credo davvero o faccio solo finta perché altrimenti dovrei ammettere che ammazzo gente per avere due amiche con cui bere la tisana? In un lampo, quel pungiglione prende la forma della forchetta con cui Fabrizio ha mescolato ketchup e maionese in un aborto rosa dal sapore discutibile senza neanche chiedermi se fosse ok.
Forse siamo tutti cosí: gente che mescola cose che non dovrebbero stare insieme e poi se le mangia lo stesso.
Spengo la luce.
Chiudo la porta.
Tisanina.