Traduzione di Simonetta Gallucci
Titolo originale: Manual de escritura por correspondencia
Racconto incluso nella raccolta Lo que falta (Periférica, 2025)

per Pablo e Tomás

Non si solo pane vive l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio.

Matteo 4:4

Gesú prese i cinque pani e i due pesci. Poi spezzò i pani e li diede ai discepoli, da distribuire alla folla.

Tutti mangiarono e furono sazi. E quando i discepoli raccolsero i pezzi avanzati, riempirono dodici ceste. E quelli che avevano mangiato erano cinquemila uomini, oltre alle donne e ai bambini.

Matteo 14:19-21

… stava camminando quando udí la voce. Disabituata al suono delle parole, ci mise alcuni secondi a capirle. La domanda venne ripetuta alle sue spalle: «camminiamo insieme?» Prima erano in quattro, ora erano due. Pensò di correre, ma temeva una nuova ripetizione e si girò. Prima di vedere la ragazza che aveva parlato vide, dietro di lei, i täkis che crescevano lungo la parete di mattoni.

Non disse né di sí né di no, ma camminarono insieme per qualche isolato. Procedevano schivando gruppi di täkis. Álex guardava la pavimentazione e memorizzava le figure: tutte uguali, circolari, molto lisce e dal diametro di pochi centimetri. Si chiese perché i lampioni restavano accesi. Guardò la sua compagna, che girò il viso verso di lei in quel preciso momento. Le venne voglia di chiederglielo. Indicò i lampioni e fece un gesto con le mani come per accendere, poi un punto interrogativo. Sentí il brivido della prossimità. I täkis le crescevano sotto i piedi. Saltò di lato e per terra restarono due copie identiche delle sue scarpe. «C’è chi crede di avere una missione» disse l’altra, «qualcuno si starà occupando dei generatori». Istintivamente, Álex si tappò la bocca.

Accelerarono il passo, allontanandosi dalla proliferazione. Ogni due isolati l’altra si fermava di colpo, pensava o faceva finta di pensare e prendeva una direzione. Álex non sapeva come levarsela di torno. Ogni volta che, con timore, la guardava, anche l’altra la stava guardando, o si girava in quel momento. «Ho proliferato» immaginò Álex, ma lei e la sua accompagnatrice non si somigliavano per niente.


Continuiamo a diminuire, noi che riusciamo ancora a scrivere (o crediamo di essere meno; ciò che è sicuro è che nessuno lo sa, forse rimango solo io). Le regole elementari della scrittura sono tre. In primo luogo, si deve scrivere sempre con gli occhi chiusi, per non leggere ciò che si scrive. In secondo luogo, si devono evitare le ripetizioni; se cominciano a comparire, la cosa piú probabile è che i täkis stiano già proliferando nel cervello. Nemmeno i sinonimi servono; di fatto, sono persino peggiori delle ripetizioni. La terza regola, che è la piú importante e che, se si segue, permette di ignorare le altre due è: non si deve pensare mentre si scrive. Al contrario di quello che molta gente crede, non è la scrittura che genera la proliferazione, bensí la lettura. Si deve dissociare, quindi, un’attività dall’altra (risulta utile, qualora se ne conosca qualcuna, scrivere in una lingua straniera). Per ottenerlo bisogna imparare a pensare per immagini e lasciare che siano i muscoli della mano a convertire queste immagini in testo. Le strade per dominare questa tecnica sono diverse e le indicherò in un altro capitolo. Qui mi limiterò a segnalare che le droghe non servono: già non fanno effetto, cosí come ormai nessuno si ammala o invecchia. I täkis ci hanno resi identici a noi stessi. Lisci, circolari.

Se viene la tentazione di revisionare un testo dopo averlo scritto, dobbiamo resistere. Siamo pochi ad aver imparato a scrivere senza leggere; al di là di qualche eresia, voci di profeti occulti, leggere senza leggere continua a essere impossibile.


All’altezza dell’antica Facoltà di Ideologia videro una coppia discutere. Erano copie, litigavano perché entrambi dicevano di essere l’originale. Álex voleva fuggire ma l’altra non si muoveva. Subito, quelli che discutevano diventarono quattro, poi otto. Ad Álex cominciò a pizzicare la gola e trattenne il respiro. Le otto copie si suddividevano come sempre: una molto aggressiva, una leggermente piú alta, una conciliante, una che da lontano sembrava calva, una che ordinava di fare silenzio, ecc. Dovevano essere trentadue quando cominciò il massacro. Nonostante piovessero loro addosso alcune frecce dai balconi vicini, morivano piú lentamente di quanto proliferassero. Era un disastro, il posto sarebbe rimasto intransitabile per settimane. Álex vide alcune persone che raccoglievano in tutta fretta le tende da campeggio e se ne andavano. Anche una copia se ne andò. Álex prese una boccata d’aria. Quando quella che ordinava di stare zitti morí, si rimisero in marcia. Dovettero scavalcare un muro di täkis che si era formato per strada.

Quando furono abbastanza lontane, Álex fece un respiro profondo e la sua compagna le chiese come si chiamava. Le crebbero dei täkis sugli occhiali e li lanciò lontano senza preoccuparsene troppo, poi fece lo stesso con i nuovi occhiali che le si erano formati addosso. Álex avrebbe voluto rispondere, ma era talmente tanto abituata a pensare per immagini che non ne fu capace. «Io mi chiamo Celsa» disse l’altra, mentre si toglieva due elastici per capelli, afferrandoli con la punta delle dita nei punti in cui non avevano täkis. Ad Álex piacque come ondeggiavano i suoi capelli neri. Finalmente riuscí a ordinare i suoni e disse il suo nome; in quello stesso momento si spense la luce. «Si fa pericoloso» disse Celsa, e corsero a nascondersi nella vecchia Facoltà di Peripatetismo, che si trovava lí vicino. Poiché non sapevano dove mettevano i piedi, preferirono non voltarsi indietro.


Alcuni libri sono piú nocivi di altri. Gli indicatori di pericolo sono: la ridondanza, l’estetismo, lo spreco, la buona prosa, gli epiteti, le subordinate, ecc. All’inizio, quando i täkis erano pochi e si riproducevano lentamente, si poteva leggere quasi di tutto. Dopo cominciammo a perdere autori e libri fino a quando si poterono leggere soltanto quelli di K, e poi piú niente. Lo chiamo K perché il suo nome si è cancellato per logoramento: nei primi stadi della proliferazione, nacquero moltitudini di imitatori. Un volume circolò con particolare fervore; si intitolava Molte molte grazie ed era un ampliamento di un altro, Molte grazie. Secondo le dicerie, questo era a sua volta l’ampliamento di un terzo il cui nome si è perso e che chissà che non provenisse anch’esso da un quarto. K, che presumibilmente era l’autore del testo primigenio, denunciò l’autore di Molte molte grazie per plagio quando avevamo ancora un sistema giudiziario, ma il procedimento decadde quando si scoprí che il denunciante era in realtà una copia del K autentico, che oltretutto era l’autore di Molte molte grazie.


Al varcare la soglia, qualcuno fece loro «shhh…» nonostante non stessero parlando. Nel salone centrale dell’edificio, un’ampia sala esagonale, videro moltissima gente leggere con candele e qualcuno che tirava su i cadaveri e rimetteva i libri sulle mensole. Sulla porta della stanza si poteva leggere Biblioteca. Álex distolse lo sguardo. Trovarono un buco in un corridoio e alcune coperte e si gettarono, abbracciate, per terra. Celsa le diede un bacio sulle palpebre e lei glielo restituí sul mento e si addormentarono cosí, baciandosi.


«Sono suicidi» le spiegò Celsa il giorno seguente. Ad Álex sembrò che le sue parole proliferassero meno di quelle degli altri, si chiese come riuscisse a farlo, se fosse legato alla sintassi. Assentí, come a far capire che lo sapeva, sebbene fosse una bugia. Passeggiarono un po’ per il salone esagonale guardando i lettori, che ora si servivano della luce che entrava da dove una volta c’era una cupola. Alcuni ispezionavano le mensole, forse cercando una copia di Molte molte grazie o semplicemente provando a scegliere con attenzione l’ultimo libro che avrebbero letto. Passarono lí diversi giorni, forse un mese intero, sí, un mese. Talvolta Álex sentí la tentazione di leggere, ma non lo fece. Notò che c’era molta disparità tra i lettori: alcuni riuscivano a superare la metà di un libro di quasi mille pagine e altri morivano alle prime poesie di una plaquette. Alcuni erano cosí meticolosi che morivano scegliendo il libro, leggendo i titoli. Altri arrivavano vestiti di nero e ne prendevano uno a caso e, nei loro ultimi rantoli, invariabilmente sentenziavano: «ogni libro è qualsiasi libro». Álex non capí ciò che dicevano fino alla quarta o quinta volta, perché appena qualcuno apriva bocca rimbombava nella sala un unanime «shhh…» che soffocava qualunque altro suono ed evitava la proliferazione. Una sera, Álex guardò sopra la spalla di una ragazza che scorreva un libro fatto solo di immagini. Fu sorpresa che la ragazza mostrasse sintomi chiari di proliferazione. Lei stessa cominciò a distinguere qualche lettera fra i tratti, soprattutto si fissò molto sulla esse che faceva la curva di un vestito, cominciò a sentire un «sssss» nel lobo frontale e ad avvertire un bruciore dell’emisfero destro. Fortunatamente, Celsa la allontanò prima che il suo cervello proliferasse. Passò diversi giorni inebetita. Poi, una notte, si annoiarono e se ne andarono.


Scrivere è un atto solitario. All’inizio, gli scrittori si riunivano nelle aule della vecchia Facoltà di Traumatismo, ma quando uno proliferava al punto che gli uscivano täkis dalle orecchie si creavano situazioni molto seccanti, soprattutto in materia di diritto d’autore. Si formarono presto dei gruppi. Alcuni fanatici vollero scrivere il Don Chisciotte da zero; il caos fu tale che la Facoltà restò quattro mesi in quarantena. Dopo di ciò tornarono soltanto due gruppi: gli assemblatori e i copisti. I primi riorganizzavano a caso o quasi i versi di antichi libri di poesia (a volte unendone diversi) e i copisti, grandi professionisti degni di ammirazione, li riproducevano e li distribuivano per la città. Sebbene nessuno li leggesse, entrambi i gruppi si impegnavano con zelo in questo compito. A volte creavano qualche cadavere squisito. Chissà se continuano a farlo.


Álex e Celsa camminarono mano nella mano senza una meta precisa fino ad arrivare al Cabildo. Álex voleva tornare indietro, ma Celsa continuava sempre ad andare avanti, a volte insinuandosi tra intere pareti fatte di täkis. Un gruppo avanzava di fronte a loro. Quando stavano per arrivare alla grande piazza, uno di quelli del gruppo si girò verso Álex. «Ci state seguendo?» disse, con aggressività e un po’ di vergogna. «No, no, nient’affatto» rispose Álex, che all’improvviso non seppe piú se stava mentendo; forse sí, li stavano seguendo. «Ah, scusa, credevo…» disse l’altro. «No, no, no…» ripeté Álex. «Ah. Chiedo scusa…».

Nella piazza, i manifestanti gridavano slogan come «che sia suola o sia tomaia / è sempre la stessa classe operaia» o «basta annunci garruli / sui nostri loculi» oppure «presidente, spazzatura / sei tu che hai la cura», ecc. Sui balconi del Cabildo, alcuni manifestanti si alternavano nel fare il presidente e i ministri e nel tentare di calmare la folla, e lo facevano cosí bene che a volte ci riuscivano e si formavano onde di silenzio che percorrevano la piazza, e allora sembrava che stessero per rivolgersi ai manifestanti… e alcuni lo facevano talmente talmente bene che diventavano, di fatto, il presidente e i ministri della nazione e allora bisognava ucciderli e sostituirli con altri nuovi.

I motti cambiavano e avevano qualcosa, Álex non sapeva cosa, come una musica… Da una parte c’era un gruppo che suonava le percussioni. Erano quelli che proliferavano piú rapidamente, ma con la proliferazione non si formavano i classici gruppi di uno timido, uno irascibile, uno che da lontano sembra un salvagente, ecc., le copie invece si univano al baccano senza un attimo di esitazione. Era bello, eccetto quando a uno gli proliferava un braccio o una bacchetta e compariva trafiggendolo e cadeva al suolo tra convulsioni terribili.

Passarono molto tempo nella piazza, forse giorni. Álex non cantò. Si rese conto che se si concentrava sul ritmo della frase, sulla sua musica… non sentiva il bruciore e non correva il rischio di proliferare. Cosí ridusse il linguaggio alla sua materialità intrinseca. Finché a un certo punto si concentrò tanto da proliferare di colpo. La sua copia la guardò spaventata e se ne andò correndo. Álex fece uno sforzo enorme per non pensare, uno sforzo che consisteva nel non sforzarsi e muoversi al ritmo dei canti.

A partire da qui posso solo cercare di ricostruire i movimenti di Álex.

Un giorno si decise a parlare con Celsa. Le chiese perché i lettori della Biblioteca volessero morire. «Magari non vogliono morire» le disse lei, che sembrava contenta di parlare anziché cantare frasi, «forse morire è un effetto secondario di quello che cercano». «E cosa cercano?» «Nessuno lo sa, non lo raccontano, hanno fatto voto di silenzio». Álex avrebbe voluto dire che tutti avevano fatto voto di silenzio, ma non lo disse.

Piú tardi, un altro giorno, si rese conto di avere una Celsa aggrappata a ogni mano e fuggí, correndo, dal Cabildo… e se ne andò a casa.


Sono già passati alcuni giorni da quando ho fatto il rimpiazzo e dovrò cambiare situazione, perché questa sta diventando insopportabile. Però prima voglio dire ancora una cosa sulla scrittura.

Scrivere senza proliferare non è necessariamente virtuoso, bensí sostenibile. A volte il sostenibile non coincide con il virtuoso. Per esempio, qualcuno potrebbe considerare virtuoso scrivere un racconto realistico… ma sarebbe insostenibile. La proliferazione sarebbe di dimensioni atomiche, potrebbe distruggere la città. «Dimensioni atomiche» è un’espressione impropria perché, sebbene un’esplosione atomica sia grande e catastrofica, in realtà un atomo è una cosa molto piccola e qualcosa di quelle dimensioni è ridicolo, quasi insignificante. Ma non voglio pensarci piú. Quello che voglio dire è: visto che non ci sono piú soldi né classifiche di vendita né mercato editoriale né quasi lettori, non è necessario scrivere in maniera virtuosa. Ora che ci penso, non è necessario nemmeno che scriviamo.

Cambierò la mia situazione; porterò il cadavere di Álex in strada e poi tornerò a questo testo, al quale mi piace pensare come a un laboratorio di scrittura per corrispondenza. Continuerò a comporre queste centinaia di parole, migliaia di lettere che, assemblate…