Signor giudice, non eravamo piú niente sin da quella mattina di maggio,

con tutte le cose al loro posto prima che la vita e in seconda istanza la morte

le confondesse per sempre con l’annuncio effimero

di un’altra primavera breve signor giudice.

G. Calaciura

Hai avuto tutto quello che hai desiderato: si è rivelato sempre estremamente deludente. Ora, di questa cosa che non volevi, non sai che fartene.

Sei sul divano, giallo, troppo piccolo per sdraiarsi, ma tu lo fai lo stesso. Sei nella casa piccola di quello che era il tuo amante e che adesso è solo tuo. Hai avuto anche lui. Non lo trovi deludente, ma non è ancora finita: c’è tempo per le rivelazioni. Sei sul divano giallo con un libro in braccio, il cellulare per mano. Nel cellulare c’è questa cosa che non volevi. Vorresti dirgliela.

Dovresti dirgliela.

Lo sai.

Ci sarebbero delle parole precise, non gliele dirai.

Ho fatto tutto il pulito, questo gli dici. Sempre nascosta dietro a un parlare di bambini, ma non c’è niente che sia carino, piccolo, salvo. Soprattutto adesso, che vorresti che fosse cosí. E allora fai finta: per te, in qualche modo, ha sempre funzionato. Non sorride, non può saperlo. Non sorride e non si infila tra le tue braccia aperte di ti voglio bene tanto cosí e le spalanchi. Gli domandi cosa sia successo: sai che te lo dirà. Ti dice sempre tutto. Tu, invece, no. Lo ascolti parlare della giornata, dei problemi, del lavoro. Pensi ai tuoi. Pensi al tuo di lavoro.

Sei stata fortunata: hai potuto prenderti una pausa. Anche lí, hai sempre avuto tutto. Puoi campare senza aver bonificato uno stipendio tutti i mesi. Hai risparmiato, sei stata brava, ma sei anche fortunata. E lo sai. Pensi al tuo lavoro e al tempo di aspettativa che si sta esaurendo, all’esaurimento che avrai quando sarai tornata: un paio di settimane e dovrai ricominciare e non ne hai voglia, non vuoi, ti senti male, pensi che, adesso, stai male veramente, pensi che, forse, qualcosa te ne puoi fare di questa cosa che non volevi. E ti dispiace pensarlo. Ma non puoi farci niente: le femmine della tua famiglia sono tutte affilate.

Hai preparato gli gnocchi col ragú. Li hai scongelati stamattina. Sono una porzione troppo piccola per due, ma non c’era altro in casa. Quindi, va bene cosí. Ti punge una spina nella gola a sapere che con quella di prima, che ha un nome che conosci troppo bene ma nemmeno a mente ti vuoi dire, non sarebbe successo, che il mangiare, con lei, in casa non mancava mai: il pasto nel piatto era buono e giusto; ti si cariano le ossa ogni volta che la chiama, di nascosto, ti dice qualcosa a cui fingi di credere, perché? Per quieto vivere, perché non conosci altri modi, lo guardi che si allontana e la chiama e tu vorresti solo sapere cosa si stanno dicendo.

Cosa

Cosa

Che cosa

No, non vorresti saperlo, mai.

Peggio, quando torna a casa da lei. Lí te lo dice. Cosí sai che non puoi chiamare. E tu non chiami. Per quella storia di sempre, del quieto vivere, di non voler litigare mai, di non averne la forza. Gli gnocchi fumano dal piatto blu: sembrano buoni. Chissà lei come li fa. Vorresti conoscerla / hai paura di conoscerla, di vedere quanto è meglio di te, quanto sia esattamente come quello che hai sempre immaginato. La paura delle cose reali non è nulla in confronto a quelle che immagini. Lo sai. L’hai avuto, non è stato deludente. Credi che, forse, la delusione, stavolta, sei tu. Che lei era meglio. Che lui è lí, con te, ma che lei era meglio e che tu lo sai e che lui lo sa. Sei l’errore piú cattivo che ha commesso nella vita.

Eri sul divano giallo, hai ricevuto una mail, l’hai letta subito: non hai mai saputo aspettare niente. Solo che, stavolta, non era qualcosa che stavi aspettando.

Non sai che fartene delle cose che non vuoi.

Pensi che la cosa peggiore è non avere certezze. Non lo sai, non si sa cos’hai. Sai che hai qualcosa. Sanno che hai qualcosa. Te l’hanno spiegato. Il medico ti aveva parlato lentamente, con calma, guardandoti dritto negli occhi, con la buona fede di chi vuol convincere un assassino ad arrendersi. Adesso, ti hanno scritto.

Ti hanno scritto

subito,

perché tu prenda un appuntamento

subito,

perché tu faccia un altro esame.

Subito.

Allora, qualcosa ce l’hai.

Sí, solo che non sanno cosa.

Allora, che senso ha farlo preoccupare? Lui è uno che si preoccupa, si preoccupa tanto, si preoccupa sempre. Fuma molto, dorme poco, ingurgita un numero considerevole di pillole con la certezza che non gli serviranno a nulla: l’insonnia lo raggiungerà comunque, figuriamoci l’inquietudine. Ma a te piace, ti sei innamorata di quella ruga in mezzo agli occhi. Sai che ancora si preoccupa per l’altra, che è per quello che la chiama, che è per quello che va a pranzo da lei, che è per quello che anche tu volevi si preoccupasse per te. Solo che, ora che potresti, non vuoi piú. Non vuoi che lui ti guardi e veda le parole scritte dentro quella mail, quello che sarà l’esito del prossimo esame: no, vuoi che lui ti guardi e veda te, nient’altro, quindi, non gli dici niente nemmeno mentre siete a letto, dopo il caffè.

L’hai imparato al mare, a casa sua: dopo pranzo gli piace coricarsi. Anche dieci minuti. Lo spezza cosí quel morire a poco a poco che è la vita: sdraiandosi un po’. Anche solo dieci minuti. Lo segui.

Non sai quanto tempo ha / vuoi fare l’amore /

non sai quanto tempo hai / vuoi fare l’amore.

Lo baci. Fai quello che sai fare. Pensi che hai sempre avuto tutto quello che volevi, ma che ci sono cose che vorresti un po’ piú a lungo. Se proprio devi scegliere, ci sono cose che vorresti un po’ di piú e per cui faresti a cambio con tante altre. Ma sono già successe, non puoi scegliere di non averle piú dopo averle consumate.

Ti scopa / lo scopi. Ti ricordi quando sul tuo divano grigio, dove si può stare sdraiati anche in due, gli hai chiesto se voleva dei figli. Tu non li avevi mai voluti. Forse, neanche ora.

Però, con lui –

ci avevi pensato –

avevi chiesto –

Ti aveva detto di sí. Forse non li voleva nemmeno lui a quel tempo là, forse neanche adesso. Ma ti aveva detto sí. Tempo dopo, ti avrebbe detto che quella di prima, quella che chiama ancora, quella per cui lo vedi ancora preoccupato, li voleva. Disperatamente li voleva. E tu eri costretta a immaginarteli a letto assieme e l’immaginazione tende a condurre ben oltre la realtà e non è scontato che il tragitto sia piacevole, soprattutto il ritorno. Lo sai: non puoi farci niente. Quella di prima li voleva, lui no, non con lei. Ti aveva detto cosí. Gli avevi creduto. Non avevi capito perché. Ma sono tante le cose che non hai capito e non capisci, quindi, hai pensato non importa.

Lei era piú grande / aveva fretta /

tu sei giovane / non lo sapevi / avevi fretta anche tu.

Ti ricordi quel collega, quello che ti prendeva in giro e ti diceva che dopo i trenta l’avresti sentito anche tu, l’avresti sentito il ticchettio dell’orologio biologico. Non era vero. Non l’hai sentito. Non hai sentito niente. Sei giovane: avevi lo stesso poco tempo. Può essere che non potrai averne, che dipende dagli esami, che quella cosa che non volevi e di cui non sai che fartene potrebbe portarteli via prima che tu li abbia mai desiderati veramente. Pensi che dopo il prossimo esame non potrete fare l’amore per un po’. Glielo dovrai dire.

Glielo devi dire.

Decidi che adesso glielo dici. Ti sciogli dalle sue braccia, respiri, lo guardi: dorme. Dopo pranzo gli piace coricarsi. Non glielo dici. Fingerai di non volere, di non avere voglia, di avere mal di testa. Del resto, è qualcosa che fanno tutte, credi cosí. Sarà strano. Ci rimarrà male. Lo sai che sarà cosí, ma pensi anche che sia meglio questo che non sapere che, forse, non potrai averne di figli e quell’altra di prima invece sí. Hai paura. Hai paura che ogni volta che lo farete, senza dirvelo, tutti e due a questo penserete: che tu non puoi piú e l’altra invece sí. Lo sapevi che era meglio. Lo hai avuto lo stesso. Ti senti in colpa. Ti cade il mare dalla faccia, ma sei bravissima a far tutto in silenzio: non glielo dirai. Non ha senso piangere adesso. E la paura è un letto comodo in cui star svegli.

Ti si forano i timpani: pensi che tra due settimane tornerai a lavorare, vedi la scena: tu, il tuo capo, il referto in mano e sei tornata, sí, con una condanna scritta in Arial corpo dieci e ti viene la nausea: il morto aziendale, di nuovo. Già con l’aspettativa lo sei stata, hai sopportato i saluti, i mi raccomando, i lasciami il tuo numero che ogni tanto ti scrivo per sapere come stai, quelli che veramente hanno scritto quando non avevate manco mai preso un caffè assieme. Le circostanze si ripetono, tu rimani inconcludente, hai sopportato domandandoti perché hai sopportato, cosa devi tu a tutta questa gente che per te non è nessuno, perché continui a essere gentile con persone che, quando si lavora, non fanno altro che farti stare male e lo sai quanto peggio sarà adesso con una diagnosi scritta, con una diagnosi cattiva per cui avrai ogni diritto di assentarti dal lavoro. Ti si forano i timpani perché, di questo, sei contenta: sei giustificata. Non hai mai superato il libretto delle superiori, con le sue giustificazioni che nella vita non esistono. Per te, adesso, forse sí. Di questa cosa che non volevi, forse, qualcosa ne puoi fare. Puoi trasformarla in permessi, in messaggi inviati all’ultimo che dicono che non stai bene e non te la senti e nessuno che ti potrà dire niente, puoi trasformarla in un po’ di libertà. Ti si forano i timpani perché sai che è un pensiero sbagliato come una guerra. Perché, di nuovo e sempre, sei una codarda. Se lavori in un posto dove ti auguri un tumore pur di non lavorare, allora, sarebbe il caso di dimettersi e trovare qualcos’altro. Ma sei fatta cosí, non ci puoi fare niente. Ti dispiace che lo sapranno i colleghi prima di lui, ma è qualcosa di molto diverso.

Ti domandi cosa gli dirai quando sarai a casa dall’ufficio. Se glielo dirai. Se mentirai e fingerai di lavorare. Forse si inizia cosí: un mal di testa e poi tutto il resto verrà naturale. Realizzi che non gli hai mai mentito. Da oggi, forse, dovrai mentirgli per tutta la vita. Sei abituata. L’hai sempre fatto coi tuoi. A loro non hai detto nemmeno dell’aspettativa. Sono mesi che fingi di fare una vita che non fai. E non è successo niente. Non ti hanno mai conosciuta. Hai mentito sempre. Fin da piccola. L’unico metodo di sopravvivenza che hai scoperto: ha funzionato. Non si può solo vivere, bisogna anche sopravvivere, ti dicevi cosí. Funzionerà anche con lui? Speri di no, vorrebbe dire cose tristi. Significherebbe che, come i tuoi, non gli hai mai voluto bene, come loro non ne hanno mai voluto a te. O, almeno, non come ne avresti avuto bisogno. Andavate ai parchi divertimento e finiva che piangevi sempre. Andavate al parco dei dinosauri ma, a un bambino, i dinosauri fanno paura, andavate al parco safari di Varallo Pombia e tenevate chiusi i finestrini non per paura dei leoni e delle bestie feroci, ma perché l’odore delle carcasse che impedivano ai leoni e alle bestie feroci di voler mangiare voi era insostenibile.

Tua sorella è morta. Da piccola, è morta. Non te la ricordi piú e anche questo lo trovi sbagliato. Non ne parlate mai, non ne avete mai parlato. Un giorno, lei e tua madre sono sparite da casa. Poco dopo, anche tuo padre. Ti hanno mandato la nonna. La nonna che ti faceva solo dire preghiere che non sapevi e non ti spiegava niente. Potevi dormire nel lettone, non eri contenta.

Anche lí: non sapere.

Anche oggi: non sapere.

Ti annoiavi a dire preghiere che non sapevi e non sapevi che, intanto, tua sorella, da qualche parte, moriva. Non ti ricordi quanto tempo sia passato prima che tornassero a casa, la mamma e il papà. Non ti ricordi cos’hai pensato quando hai visto tornare solo loro e tua sorella no. Forse, anche allora, sei stata contenta: tutto per te, figlia unica, per finta, ma da sola. Hai sempre avuto tutto, persino i genitori tutti per te. Non glielo puoi dire, non glielo dirai ai tuoi che cosa c’è scritto dentro a quella mail. Hanno già perso una figlia, non vuoi fargli una cosa cosí. Non gli dirai niente, tanto, hai sempre vissuto senza quella consolazione di poter, a un certo punto, tornare a casa.

Casa tua sei tu e, adesso, ti sta crollando un pezzo. E non è che puoi farci molto. Non vuoi credere a niente: la speranza tende a imboccare sempre la stessa via: quella della disperazione. A te non va.

Non hai fatto molto nemmeno quando ha iniziato a crollare casa tua, quella vera, fatta di mattoni e muri e intonaco bianco. L’hai vista l’infiltrazione: una ruga arrugginita sulla colonna della sala: partivi per la California: hai pensato che ci avresti pensato dopo, la verità: hai sperato che sarebbe sparita mentre eri in California; l’hai pensato anche quando l’estate scorsa hai sanguinato per un mese di fila: che non fosse niente, che sarebbe andato via, che certe cose non succedono a te, ma nemmeno la California ti ha salvata: quando sei tornata, la ruggine si era presa tutto, fino al pavimento e non hai chiamato l’amministratore, hai mandato una mail, perché non ti piace parlare con la gente, perché, cosí, sembrava in qualche modo meno urgente. Sorridi: anche stavolta, non ti hanno chiamato: ti hanno mandato una mail. Urgente, ma è solo una mail. Ci han messo dei mesi i muratori a venire. Non hai sollecitato. La ruggine rimaneva ferma. Ti guardava stare sul tuo divano grigio e largo abbastanza per stendersi in due. Pensi che voleva dire qualcosa. Pensi che non credi in niente e nessuno, ma i segnali da qualche parte ci sono sempre. Non hai fatto i controlli che dovevi. Hai lasciato passare degli anni. Finché non hai sanguinato cosí tanto, troppo, quell’estate. Forse, a essere arrivati prima, sarebbe bastato premere leggermente le unghie sulla pelle nuova tenera e ancora trasparente che univa i margini della ferita profonda. Ma non l’hai voluto fare. Hai fatto gli esami solo perché stavi con lui e a lui lo dovevi, che lui aveva lasciato l’altra, che era meglio, per te e allora almeno gli esami. Sai con certezza che, se fossi stata da sola, non li avresti piú fatti. Lo sai. Avresti aspettato. Ci avresti pensato poi, a un certo punto. Non ci avresti pensato mai, avresti mollato tutto, speso tutti i soldi che avevi messo da parte, fatto tutto quello che avevi sempre desiderato. Ti si infilano le schegge sotto le unghie: forse, ti sarebbe piaciuto di piú. Pensi che l’altra era meglio, che avrebbero potuto fare dei figli nella casa stupenda che avevano, che lei ha ancora, che tu avresti potuto spendere tutti i tuoi soldi e girare il mondo e morire senza martìri negli ospedali lombardi. Ti si strappano le unghie. Lui si sveglia. Bestemmia: è tardi, ha una call. Vai a lavarti i denti: non glielo dici. Non glielo dirai.

Non ascolti la sua call. Ti rammarichi nel constatare che è già successo: non puoi pensare ad altro: sei la tua malattia, il resto è un rumore di fondo. Non vuoi dirlo a nessuno: vuoi restare te, vuoi rimanere intera, non diventare una sezione di un corpo che ormai ti ha tradita. Sai che dovresti prenotare la prossima visita, quella dove, si spera, capiranno meglio, ti diranno meglio, che cos’hai. Che qualcosa ce l’hai, ma cosa non lo sappiamo.

Dal cellulare il sito non funziona: non ti permette di fare il log in. Pensi che avresti dovuto spendere cento euro di piú per il telefono e prenderne uno decente, ma anche che ti cade cosí spesso che, tutto sommato, non ti senti di dire che era una scelta sbagliata. Che avresti dovuto portare il computer, ma non ne avevi voglia, che con il pc appresso poi finisce che guardi solo quello e tu non volevi stare al pc, tu volevi stare con lui e adesso un pezzo di te vorrebbe che lui stesse ancora con lei cosí tu potresti non prenotare il prossimo esame.

Ti chiedi se ti farà male. Ti rispondi che non è molto rilevante. Che è anche piuttosto ridicolo per un’ex autolesionista che pochi anni fa ha provato a tagliarsi le vene. Ti viene da ridere: ti eri data tanta pena per crepare, ci eri rimasta cosí male quando non ci eri riuscita perché hai la pressione troppo bassa e mai saresti riuscita a morire in quel modo: bastava aspettare, che ci pensava la vita, che ci aveva già pensato la vita, in seconda istanza: la morte. Il destino ha la sindrome di Stoccolma. Non gli hai detto nemmeno di quella volta là. Non esisteva ancora per te, ma non gliel’hai voluto dire. Hai avuto paura che non ti scegliesse mai. Che preferisse una persona stabile, affidabile, sapendo che avrebbe avuto ragione a farlo. Non gli hai mai mentito, ma omesso, quello sí. Allora, preferisci pensare che, anche stavolta, sarà uguale, solo un’omissione, solo qualcosa di molto simile al quieto vivere. Hai fatto quello che dovevi fare. È stata una cosa terribile. Ma a volte le cose terribili servono: per fare qualche progresso. Pensi che vorresti chiedergli in prestito il computer per prenotare da lí. Non vuoi dirglielo, ma non puoi non sapere cos’hai e sai che, poi, non potrai non curarti. Almeno provarci. Glielo devi. Ci sono debiti che vanno pagati. Vuoi prenotare subito non perché hai paura che sia tardi, anche se sai di aver saltato gli esami quando andavano fatti, ma perché non sei un essere paziente e stai peggio a non sapere che non a essere certa della verità. Che qualcosa ce l’hai, lo sanno, lo sai. Vuoi sapere cosa. Adesso, vuoi sapere cosa.

Pensi che sei fortunata. Che sei in aspettativa, ma che puoi permetterti la sanità privata. Che ti manda una mail scritta con una certa gentilezza. Che ti darà un appuntamento senza aspettare mesi, ma nemmeno settimane. Pensi che costa, ma che se fosse la sanità pubblica non ce la faresti: non faresti niente, lasceresti perdere in partenza. Non sei un essere paziente. Realizzi che, a un certo punto, dovrai passarci, invece, al pubblico. Che soffrirai piú per le cure che per quello che hai. Soffrirai piú per il tormento della ripetizione che non per l’indiscutibilità del definitivo. Non sai come farai a mentire a quel punto, quando il corpo davvero ti abbandonerà.

La vita è uno strappo: ti domandi se dovresti lasciarlo. Senza spiegare. Del resto, la malattia è un qualcosa che ti costringe a ripeterti, per amare, invece, serve essere originali. Lo sai che è in tempo a tornare da lei, che la chiama tutte le sere, che va da lei la domenica a pranzo. Ti chiedi se salverebbe entrambi: lui da te, te dagli ospedali. Ti si svuotano gli occhi, ti sembra scorretto. Sei solo un’egoista: tu lo vuoi, lui è quello che vuoi, lui è quello per cui daresti indietro tutto il resto pur di avere lui. Allora non glielo dici, ma non lo lascerai. Pensi che, arrivati a un certo punto, quando sarà inevitabile, glielo dirai. E lui è uno che si arrabbia. Che lo avrai fatto stare male e ancora lo farai stare male, ancora.

Ma che non riuscirà a dirti molto:

quella malata

sei

tu.

Ti si annida il dolore nelle ginocchia, le piega. Vai in bagno, vomiti. Non stai male per davvero, è l’ansia, lo sai, fai sempre cosí, da quando andavi a scuola la mattina e prima di uscire sempre correvi a vomitare. È dalle scuole elementari che lo fai. Lui è in call, con le cuffie, non ti sente e tu sei brava a fare le cose in silenzio. Pensi che per un po’ non dovrai dirgli niente, non si accorgerà. Sei brava a fare le cose in silenzio. Il silenzio l’hai sempre interpretato come legittima difesa.

Ripensi al Niguarda, a quando vai a donare il sangue e ormai li conosci gli infermieri, sono sempre gli stessi. Pensi che, presto, li conoscerai tutti. Saprai piú cose di loro che della tua famiglia. Sapranno piú cose di te che il ragazzo che avresti voluto sposare e forse non potrai piú. Ti si caglia qualcosa dentro. Ma non vuoi dirglielo oggi. Nemmeno domani. Vuoi prenotare l’esame, quello sí, ma non gli chiederai il pc, ci penserai poi, quando sarai tornata a casa tua.

Non vuoi tornare a casa tua. Vuoi restare con lui. Vuoi tutto il tempo che puoi avere perché non sai quanto ne hai. Questa mattina non vedevi l’ora di prendere il treno del ritorno: per ritirare la lavatrice già stesa, per vederti un film splatter sul divano mentre mangi gelato direttamente dalla vaschetta, che con lui ti vergogni ancora di fare certe cose. Adesso, vorresti solo che fosse ancora stamattina, una mattina che era bella come Parigi. Adesso, invece, il cielo è piú basso. Quando finisce la call glielo dici: ti piacerebbe restare. Ci rimane male: avevate detto di no. È una persona precisa, i cambi di programma non sono previsti. Il dubbio che si veda con lei è piú veloce del resto. Non ci avevi mai pensato. Pensavi, eri sicura, che ti dicesse sempre quando vedeva l’altra: cosí tu non avresti chiamato. Ora, ti viene il dubbio che tutta quell’organizzazione, in realtà, sia comoda e mentre tu mangi il gelato davanti a un film splatter lui la vede ancora, ci parla ancora. Lo vuoi sapere.

Vuoi sapere troppe cose oggi.

Non vuoi sapere niente.

Vuoi solo che sia ancora stamattina, ancora Parigi, quando eri vergine, quando eri innocente, quando eri immortale. Vuoi chiedergli se vede lei, per questo non puoi restare: non glielo chiedi. Vuoi dirgli che cos’hai, cosí non la vedrà, cosí si preoccuperà per te, solo per te, finché qualcosa di te rimane: non glielo dici. Pensavi che ti dicesse tutto, pensavi di non avergli mai mentito: forse non è proprio cosí. Forse, lui come tutto il resto, alla fine, si rivelerà deludente. Ma, nel frattempo, senza neanche saperlo, sta provando a salvarti la vita.

Non ci vuoi andare a casa tua,

non puoi restare a casa sua:

Parigi è bella,

non è per sempre.

Scorri la rubrica: i colleghi non li hai lí, li tieni sul telefono dell’ufficio, separati e dimenticati per sempre, quindi, di contatti non ne hai molti. La maggior parte è gente che ti sei scopata una volta e mai piú, sempre per quella costante della delusione, soprattutto perché hai dato tutto nella conversazione prima di finire a letto che hai sempre reputato inutile e sai di non saper trovare altre parole da dedicargli, soprattutto adesso, soprattutto oggi e, poi, per cosa?

La tua migliore amica abita in Scozia, ma non la chiamerai, non glielo dirai: sua madre è morta di tumore. Un altro, non il tuo, ma non te la senti. Tu, per lei, dal funerale sei il pagliaccetto della situazione, quella che c’è per un motivo e il motivo è tirare su il morale altrui, non puoi saltartene fuori, adesso, con questa cosa che non volevi, per dirle cosa? Per farti dire cosa? Il cuore non smette piú di spingere contro la pelle come gonfiandosi: sua madre non le aveva detto niente. Al marito sí, ma alle figlie non aveva detto niente. Non se n’erano accorte. Forse, è possibile, che la gente davvero non si accorga. Ti ricordi quando il suo ex ti chiamò: eri in ufficio, non ti aveva mai chiamato, hai risposto: senza convenevoli, ti aveva detto che la mamma della Giulia era morta. Morta. Non aveva detto scomparsa, dipartita o altra roba cosí, aveva proprio detto morta. E tu hai pensato che quando non hai il tempo di prepararti non trovi nemmeno formule alternative. Ti chiedi se anche tu, per lui, per la Giulia, sarai solo morta. Ti ricordi di aver lasciato tutto e di aver preso il pullman e di essere tornata al paese dove l’avresti trovata ammalata piú di rabbia che di dolore. La Giulia era la tua compagna di banco. Era, è ancora, la persona piú affidabile che conoscessi: non aveva senso nemmeno per te che non lo sapesse. Sua madre era morta per un tumore, era andata avanti mesi, non aveva detto niente. Suo padre, che lo sapeva, non aveva detto niente. I suoi genitori, la Giulia, sua sorella, erano molto cattolici. Ti ricordi quando andavi a pranzo da loro e prima di mangiare si diceva la preghiera. La Giulia, davanti a quella rabbia, ha abbandonato tutte le preghiere. Pensi che, per non dare tutta la colpa ai suoi, ma soprattutto a sua madre, ne abbia data parecchio alla religione. Tu non sei religiosa, non credi in niente: quando sarà il tuo turno, a cosa darà la colpa per non averle detto niente? Ma non la chiami, non glielo dici, comunque non oggi, probabilmente nemmeno un altro giorno. La Giulia vive in Scozia, magari si dimentica. Preghi che si scordi. Del resto, siete già state quasi dieci anni senza parlarvi.

Ci sarebbe Marla. Marla che ti voleva cosí bene da farti celebrare il matrimonio sapendo che avevi limonato il suo ragazzo quando non era ancora il suo ragazzo. Che ti voleva cosí bene da perdonarti di aver limonato pure il suo gemello. Marla che voleva tanto un figlio e che non hai accompagnato in tutti gli ospedali in cui è stata, che non hai ascoltato preoccuparsi quando le asportavano polipi, che dopo non aver saputo consolare quando le avevano spiegato che suo marito, quello che ti eri limonata, non poteva avere figli, non avevi piú sentito. Le volevi bene a Marla. Gliene vuoi ancora, solo che non sai dimostrarglielo e, quando ne ha avuto bisogno, tu avevi altro da fare. La cosa peggiore è che, se la chiamassi e le spiegassi, Marla capirebbe. Quindi non lo fai. Qualcosa, a un certo punto, si è rovinato / adesso, ti sembra tutto rovinato / lo è.

Ci sarebbe ancora Silvia. Silvia che hai sempre maltrattato, che non ti è mai andata a genio, che, non sai perché, ti ha sempre adorata, Silvia a cui è successo letteralmente di tutto, anche cose gravi anche cose brutte, e che è sempre andata avanti lo stesso, sempre aspettandoti, lo stesso, lei che ti chiamava e tu che non le hai mai risposto, lei che ti dava appuntamento e tu che disdicevi sempre all’ultimo, perfettamente milanese, l’imprevisto dell’ultimo momento, il malessere improvviso, tutte quelle scuse che, a Milano, non devi nemmeno sforzarti troppo, tanto, nessuno voleva vederti comunque. Lei lo sai che ti aspetta ancora. Ogni tanto ti scrive per dirtelo, anche se le hai detto che non vuoi vederla piú, che non vuoi sentirla piú, che ti mette ansia, che ti sembra una stalker. Silvia la potresti chiamare. Silvia si prenderebbe cura di te. Fin troppo. Silvia rimarrebbe, anche per sempre. E Silvia ne ha passate cosí tante che lo sai che ha la forza, che può sopportare, senza spezzarsi, senza rimanerci male. Silvia sarebbe anche capace di farti ridere, anche adesso che sei su un treno perché non puoi stare da lui e hai paura che veda quella con cui stava prima che proprio non riesci a chiamare ex e che non hai voglia di andare a casa tua. Silvia non la chiami: non te la leveresti mai piú. Ed è vero che ti mette l’ansia. È vero che ti sembra una stalker. Preferisci crepare sola che con una stalker.

Mentre infili gomitate precise sulla metro, per restare intera, che le due fermate per arrivare da te dalla stazione sono sempre le piú affollate, ti ammali di tenerezza. Ti tornano in mente solo cose sciocche, ma cosí sciocche che non ci avevi piú pensato, che non ci penserai piú. Entri: alla fine, ci sei tornata a casa, da sola. Non hai voglia di vedere nessuno. Non hai mai voglia di vedere nessuno. Cercherai qualche film in streaming. Riguarderai Fleabag. O Come farsi lasciare in dieci giorni. Quando non riesci piú a pensare, riguardi le cose che guardavi prima, quelle che conosci già a memoria. Solo perché le sai a memoria. Proprio perché le sai a memoria. Le hai viste mille volte, le guardi: mille volte, ancora. Ti ricordano, ogni volta, che eri tu, ma un’altra te. Ti ricordano quando stavi male e guardavi queste robe di merda, anche allora.

Ti ricordano che –

ogni volta, ti è passato.

Ogni volta: ti è passato / che non ti è passato mai.

Poi, ti spezzi. Definitivamente.

Entri in casa e il gatto ti miagola sulle ginocchia. È solo fame, ma la confondi con l’affetto. Il gatto ha solo fame, ma pensi che, a modo suo, ti voglia bene. Ti torna in mente il gatto di quando eri piccola: lo picchiavi. Non sapresti spiegare il perché. Non ci pensi da allora. Gli davi delle botte, non forti, ma, forse, per un gatto sí. Pensavi che la natura è cattiva, gli animali sono, alla fine, cattivi e, quindi, preparati a quell’evenienza. Non ci pensi da allora. Ti dispiace. Ti senti in colpa anche per quello, anche se non gli hai mai davvero fatto male, almeno credi.

Questo gatto che ti miagola addosso lo accarezzi: non vuole: vuole mangiare. Ma tu ti illudi che voglia altro, che voglia te. Non hai avuto il coraggio di chiederlo al tuo ragazzo. All’inizio ve lo chiedevate sempre: mi vuoi? E lo volevate sapere veramente. Adesso, che lo dovresti chiedere, non hai il coraggio. Lo proietti sul gatto. E glielo dici. Al gatto glielo dici. Gli dici tutto. Usi le parole tecniche, quelle scientifiche, quelle in Arial corpo dieci che c’erano nella mail, nel referto.

Al gatto glielo dici che hai paura, che tua madre l’ha subita un’isterectomia, per lo stesso motivo. Piangi. Non lo fai silenziosamente, anche se lo sai fare. Pensi che è perché nessuno si prenderà cura di lui, lui che ha bisogno che qualcuno gli dia da mangiare, lui che è addomesticato. Ti disperi. Ti illudi che sia per il gatto che adesso fa le fusa e ti fa piangere ancora. Provi ancora a spiegargli: che se un giorno tu non andrai e non ci saranno le scatolette e la ciotola blu non sarà che ti sei dimenticata o che hai smesso di volergli bene. Sarà che sei morta. Ma che sarà ancora tutto a posto, di non volerti male, se potrà.

Ogni cosa che senti di non aver amato abbastanza, adesso, hai paura di perderla.

Ogni cosa che detesti hai paura di non averla piú.

Nelle situazioni estreme o di emergenza, è l’inessenziale a fare la differenza, cosí, immagini tutti i viaggi che non farete, le città che non vedrete, le volte che non riderete: ti è sempre piaciuto farti male, non hai mai saputo farti altro.

Soffochi, anche se fa freddo.

Il freddo delle cose brutte.

Il freddo di quando te ne stai andando.

Di quando ti succede una cosa cosí e non sai raccontarla.