Traduzione di Marco Gigliotti
Titolo originale: Áfrika
Racconto incluso nella raccolta Las chicas no lloran (Ediciones Alpha Decay, 2022)1
Non ci spingiamo mai cosí lontano. Ci è già capitato di allontanarci un po’, nei quartieri dei dintorni, ma questa volta ci siamo lasciati alle spalle la città, i cinema, i supermercati e gli edifici argentati che si ammassano nei viali come lèndini.
Ora siamo sulla strada extraurbana. Non so quale perché non so niente di strade extraurbane. Non riesco a distinguerle. Sono tutte uguali: alberi ed erba che le costeggiano, le luci dei caselli in lontananza, un sacco di cani morti sulle banchine. Sono quasi le cinque del pomeriggio e il cielo è nuvoloso, affollato di nuvole grigie gonfie come pignatte. Per essere estate, fa freddo. Viaggiamo con i finestrini abbassati: quello di Jero quasi completamente, il mio a metà. La radio è accesa, ma il segnale è disturbato. Non mi ricordo dell’ultima volta che uno dei due ha detto qualcosa.
Poco prima eravamo a Del Viso, nella villetta di campagna che affittano i suoi e i miei tutte le estati. Era mezzogiorno e mio padre grigliava la carne. I nostri genitori e i nostri fratelli erano a un’estremità del tavolo, noi due all’altra. Io gli sfioravo il polpaccio con una gamba. Mi ero messa una crema che mi lasciava la pelle unta. Me l’aveva suggerito un’amica appena prima di finire le superiori. La usava sua sorella, una delle ballerine di Tinelli. «Fa brillare la pelle» mi aveva detto, e io, da allora, l’avevo usata ogni volta che vedevo Jero per imprimere nella sua retina un’immagine che mi ritraesse come una ragazza dalle gambe brillanti e setose.
La grigliata è finita verso le tre. I nostri genitori hanno preso il caffè e poi sono andati tutti a riposare. Noi siamo rimasti seduti al tavolo del patio. Allora Jero mi ha proposto di andarcene. Io non guardavo lui, ma lo schermo, e scorrevo le foto di un album di Facebook muovendo il pollice verso sinistra.
A Jero vengono spesso questi momenti di crisi in cui vuole andarsene. Quasi sempre facciamo qualche giro con la macchina di suo padre e finiamo in un hotel a ore. Se siamo di buon umore andiamo in un hotel tematico, ma la maggior parte delle volte finiamo nel solito posto, un albergo abbastanza sobrio che ha un nome francese. Scopiamo una volta sola e poi facciamo quella che chiamiamo “vita da hotel”: facciamo il bagno nella jacuzzi, chiamiamo il servizio in camera, chiediamo birra e patatine in busta, e ci sdraiamo sul letto per vedere la televisione avvolti in accappatoi bianchi. Mi piace guardarci nello specchio che sta sul soffitto, sopra il letto. Sembriamo una vecchia coppia. Quando sta per terminare il turno, Jero mi propone sempre di andare a vivere da soli, in qualche casa sulla spiaggia, mettendo insieme i suoi risparmi e i miei. Suona davvero bene, ma non ci credo. A quanto pare Jero sí, perché sembra sempre deluso quando torniamo alla villetta di campagna.
Oggi ero stanca, pensavo di mettermi a letto e dormire nel pomeriggio, cosí ho finto di non aver sentito bene. Ho sollevato un po’ il sopracciglio con lo sguardo fisso sul cellulare. Jero mi ha afferrato un braccio e lo ha tirato giú come se fosse una leva. È stato abbastanza brusco, ma poi mi ha preso la mano e si è messo ad accarezzarmi le dita. Con dolcezza, mi ha detto di nuovo: «Andiamo» e io ho accettato.
I nostri padri sono amici dalle elementari. Hanno visto insieme le prime tette, quelle di Moria Casán, in un’opera teatrale di Gasalla in Calle Corrientes. Papà ancora si ricorda di Gasalla che diceva al pubblico: «Stanno arrivando le tette, stanno arrivando».
Insieme hanno anche visto morire un compagno di classe. Stavano andando a pranzo alla fine delle lezioni, quando il ragazzino ha attraversato la strada di corsa e un autobus lo ha travolto. Papà si ricorda ancora del rumore cavo e del corpo del ragazzino, con i pantaloni grigi e un blazer scuro, che rotolava senza peso come se fosse un bambolotto riempito di scagliola.
Io e Jero siamo cresciuti insieme. Mio papà dice che gli vuole bene come al figlio maschio che non ha mai avuto. Io e suo padre non abbiamo la stessa relazione. Quando ero piccola, ho fatto alcuni tentativi per creare con lui un rapporto dello stesso tipo: era ciò che avevo di piú simile a uno zio. Però quando gli dicevo qualcosa a tavola, un commento spontaneo e amichevole, lui mi guardava come se mi avesse appena visto, come se si fosse dimenticato che ero lí. Non mi rispondeva perché sembrava che non mi avesse nemmeno ascoltata. Si limitava a passarmi una mano sulla testa e spettinarmi. Mio papà dice che anche se gli vuole molto bene, lo sente distante, non del tutto palpabile.
«È come se avesse una macchina del fumo davanti a sé» dice.
Abbiamo passato molte estati insieme nella villetta di campagna di Del Viso. Dormivamo l’una accanto all’altro, su dei materassi che le nostre mamme sistemavano in una stanza molto piccola che odorava di umidità. Quando sento quell’odore in qualche posto, automaticamente penso a Jero.
Giocavamo tutto il pomeriggio. Eravamo cattivi come possono esserlo solo i ragazzini di quell’età. A volte il papà di Jero portava sua madre, una signora molto anziana che aveva avuto un ictus e passava tutto il giorno seduta su una sedia di plastica con un sorriso deforme, senza parlare né muoversi. Quando gli adulti finivano di pranzare e di prendere il caffè, salivano nelle loro camere a riposare e lei rimaneva sola nel patio. Io e Jero ci mettevamo di fronte a lei e le facevamo delle smorfie. La vecchia ci guardava col sorriso storto e le pupille che assomigliavano a conigli disorientati che saltavano da me a Jero.
Ci piaceva arrampicarci sugli alberi. Una volta ci ha accompagnato mia sorella minore, che all’epoca avrà avuto sei anni. La escludevamo dai nostri progetti quasi sempre, ma quel giorno, dopo pranzo, mia madre mi aveva afferrata per il braccio e si era piegata verso di me per dirmi a voce bassa e a denti stretti: «Questa volta ve la portate dietro tua sorella. E guai a te se vengo a sapere che l’avete di nuovo messa in disparte». Cosí siamo andati tutti e tre ad arrampicarci sull’albero piú grande del giardino. Con mia grande sorpresa, mia sorella si arrampicava piú velocemente di me, che avanzavo con cautela perché avevo sempre paura di scivolare. Sono rimasta indietro, a fissare i loro piedi mentre mi prendevano in giro per la mia lentezza. Ho provato tanto odio nei confronti di mia sorella che ho pregato che cadesse. Ed è caduta. Ha appoggiato il piede su un ramo cedevole che si è spezzato ed è caduta sull’erba slogandosi il gomito. Per alcuni secondi siamo rimasti tutti e tre in silenzio e poi mia sorella ha iniziato a piangere a dirotto. Io e Jero siamo rimasti a guardarla in silenzio dall’albero fino a quando è comparsa mia madre, che l’ha presa in braccio e se l’è portata via.
Nel tragitto per l’ospedale i miei genitori mi hanno sgridata. Il padre di Jero gli ha tirato tre schiaffi violenti in faccia. Me lo ha raccontato il giorno seguente. Mi ha mostrato come l’aveva fatto. Cosí. «Uno» e mi ha accarezzato lo zigomo destro col palmo della mano. «Due». Ha fatto la stessa cosa sullo zigomo sinistro, questa volta con il dorso. «Tre». Ha passato di nuovo il palmo sullo zigomo destro e lo ha lasciato lí un istante. Ci siamo fissati. Lui ha tolto la mano e mi ha detto: «Però molto, molto piú forte di cosí».
Era nuvoloso e siamo rimasti nello spazio sotto il barbecue, con i piedi scalzi sulla cenere rimasta. Gli ho raccontato che avevo desiderato che mia sorella cadesse appena prima che succedesse. «Credo di possedere dei superpoteri» gli ho detto, e Jero ha annuito, con un’espressione molto seria.
Quando abbiamo compiuto diciassette anni, Jero ha iniziato a lavorare all’Áfrika, la sala feste per bambini che suo padre aveva a Villa Urquiza. Il lavoro consisteva nell’aiutare suo cugino, un ragazzo di circa vent’anni, a servire le persone che prenotavano. Andava dopo la scuola, verso le quattro. Suo cugino quasi sempre lo avvisava un’ora prima che non sarebbe potuto andare. «Non fare l’infame, non dirlo a tuo padre. Coprimi questa volta». Jero non faceva la spia perché gli conveniva, perché cosí poteva portare i suoi amici lí a bere birra, oppure poteva portare me.
Lí, all’Áfrika, ho perso la mia verginità. Abbiamo spento tutte le luci della sala e abbiamo fatto sesso su un materassino. Mentre Jero si muoveva sopra di me, io guardavo il soffitto della sala. Una palla rossa di spugna, probabilmente lanciata da un bimbo vivace, si era incastrata tra le travi. L’ho guardata per tutto il tempo sperando che cadesse, sperando che succedesse qualcosa. Quando abbiamo finito, Jero ha pulito il materassino con le salviette di carta rigida del bagno.
Dato che si portava sempre dietro le chiavi, andavamo all’Áfrika anche la sera con i compagni di classe. Compravamo fernet e vodka, e c’era sempre qualcuno che portava brownie alla marijuana o pasticche. Ci mettevamo a nuotare nella piscina di palline. Per il down mangiavamo il cibo dei compleanni, wurstel e pizzette che erano rimasti nel frigorifero della cucina.
Una notte, una vicina ha chiamato il papà di Jero. Era strano che non fosse successo prima; avevamo già fatto una quindicina di quelle serate. Se la musica non fosse stata cosí alta, avremmo sentito l’auto del papà di Jero mentre parcheggiava davanti all’entrata. Alcuni di noi non hanno sentito nemmeno il rumore del portone che si apriva. Io mi sono girata quando qualcuno ha spento la musica e l’ho visto lí, con le mani sui fianchi e le gambe divaricate. Si passava la lingua sul labbro inferiore e sembrava estremamente tranquillo. «È come se avesse una macchina del fumo davanti a sé». Ci ha guardati tutti, uno per uno. Quando è arrivato a me ha strizzato gli occhi, come faceva quand’ero piccola e gli parlavo alle grigliate. Come se la mia gli sembrasse una faccia conosciuta e stesse cercando di ricordarsi chi ero. Poi si è diretto a grandi passi fino a dov’era Jero, in fondo alla sala. Jero si è coperto la faccia con le braccia, ma suo papà lo ha afferrato per la nuca e l’ha trascinato per la sala fino alla strada. Abbiamo sentito le botte e le urla.
Il giorno dopo, un sabato, ho preso un autobus fino a casa sua. Quando succedevano cose del genere, il papà di Jero lo chiudeva nella sua stanza e non lo lasciava uscire per una settimana, nemmeno per andare a scuola. Gli toglieva il cellulare e, se chiamavi a casa e chiedevi di lui, rispondeva sempre che non c’era. Cosí ho deciso direttamente di andare a vederlo. Il papà mi ha aperto la porta. Aveva delle rughe molto marcate tra le sopracciglia, sottili e ondulate come i fiumi nelle mappe. Non l’ho quasi salutato, sono andata subito nella stanza di Jero. Stava al buio, sdraiato sul letto, attaccato alla parete e di spalle alla porta. Sulle pareti c’erano poster dei Led Zeppelin e dei Viejas Locas. C’era anche un gagliardetto dei Flema, che avevamo trovato un giorno per strada, su una mattonella traballante. Non si è girato quando sono entrata. Aveva un arcipelago di lividi verdi e viola sulle braccia. Ho lasciato le mie cose sul pavimento e mi sono accovacciata contro la sua schiena. Jero si è girato. «Perché piangi?» mi ha chiesto mentre mi accarezzava i capelli.
Il giorno dopo aver perso la verginità, siamo andati insieme alla Bond Street e ci siamo comprati delle catenine con delle placche di metallo su cui abbiamo fatto incidere i nostri nomi: il mio nella sua e il suo nella mia. La mia si è rotta qualche anno fa, mentre Jero la sua la indossa ancora.
Ora, in auto, mentre guida adagio ma deciso ad allontanarsi dalla villetta di campagna, sorregge la catenina e si passa la placca tra le labbra, come se fosse una specie di tic.
A un certo punto mi addormento. Quando mi sveglio è notte e siamo ancora in viaggio. Gli alberi sembrano ombre. In lontananza c’è un casello per il pedaggio. Dico a Jero:
«Passiamo senza pagare».
Lui mi guarda.
«Credevo che dormissi» dice. Proseguiamo e quando arriviamo al casello gli chiedo dove stiamo andando. Fa spallucce.
«Non torneremo indietro» mi risponde, e ancora una volta non gli credo, ma non dico niente. Ci sono varie auto davanti a noi. Una inizia a suonare il clacson e contagia tutte le altre. I casellanti alla fine sollevano la sbarra e ci lasciano passare.
1Pubblicato per la prima volta da Tenemos las Máquinas in Argentina nel 2019.