Traduzione di Marco Gigliotti
Estratto di Los hechos de Key Biscayne (Editorial Anagrama, 2024)
PROLOGO
Quando lo tirò fuori, la sua visione mi tramortí, come se non avessi trascorso l’intera mattinata sapendo che lí ci sarebbe stato un pene e il pene sarebbe stato rivelato e servito a me su un vassoio d’argento. Ciò che era piú prevedibile, all’improvviso, diventava ciò che di piú inaspettato poteva esserci. Succede cosí con i peni e con la morte.
Lo osservai come ho imparato a osservare tutto ciò che è brutto: con tenerezza. Quello che amavo mi bastava ascoltarlo, ma il ripugnante dovevo guardarlo per sopprimere il rifiuto e trasformarlo in affetto. Davanti a me, un animale senza occhi, violaceo e ieratico, che respirava.
Non assomigliava al pene che mi aspettavo, perché avevo dodici anni e non ne avevo mai visto uno. Era oscuro, oscura la sua stessa vita, i suoi movimenti spasmodici e incerti, propri di chi è cieco, anche se non avevo mai visto nemmeno un cieco.
Si mantenne cosí, in piedi e gonfio, e mi sembrò di vedere che l’animale senza occhi palpitava. Ricordo di aver evocato, per bloccare l’immagine presente, il piccolo pene di mio fratello. Chiaro che ne avevo visto uno: convivevo col suo, dato che facevamo il bagno nudi al mare. Ritirato, spento. Nulla a che vedere con l’animale senza occhi.
Non so esattamente, e tanto vale che lo dica, quello che successe in quei mesi. L’uomo che un tempo ricordava insieme a me è afflitto da un oblio senza rimedio, a meno che il rimedio non lo ponga io. E la donna che potrebbe aiutarmi a ricordare, a ragione, preferisce non farlo. Non so cosa succedeva a Key Biscayne, dico, ma non credo che troverò una risposta se recupero il reale: se recupero i fatti, le fotografie, le testimonianze dei familiari che ci visitarono sull’isola. Perché mento quando fingo di voler recuperare quello che successe. Quello che voglio è cambiarlo.
Ci sarà chi dirà, con la fermezza di un’intelligenza autosufficiente: «Ricordare è già cambiare, il ricordo include sempre qualcosa di inventato». Però no. Io so che la cosa va oltre. Non si tratta solo del fatto che invento, senza rendermene conto, mentre ricordo. Invento perché voglio, perché ne ho bisogno. Il desiderio di ricordare, in me, nasconde un altro desiderio: quello di sostituire il reale con la narrazione, quello di modificare e rimpiazzare quello che successe. Si tratta di narrativizzare la realtà. Se si trattasse di finzione, la finzione non sarebbe necessaria.
PRIMA PARTE
L’ARRIVO
I
La prima immagine non sono le palme di Key Biscayne, né la spiaggia bianca, né le papaie, ma il tragitto tortuoso per raggiungere l’isola: le nostre buste strapiene di libri e scarpe. La donna allo sportello non riusciva a capacitarsene:
«Questo non è un bagaglio. Queste sono buste, signore. Buste della spazzatura».
«Lei è una formidabile osservatrice, signorina, ma lasci che le spieghi: abbiamo dimenticato le nostre valigie e abbiamo dovuto mettere nelle buste della spazzatura tutte le nostre cose. Abbiamo dovuto improvvisare. Non ce la siamo cavata male, vero?»
Sul volto della donna si stava delineando una domanda: come si possono dimenticare le valigie mentre si fanno le valigie? Un paradosso filosofico, senza dubbio, degno delle lezioni che mio padre diede in quel primo trimestre: Philosofical Paradoxes II.
La donna allo sportello non sapeva – non era tenuta a sapere – che, oltre alle sue lezioni, questi paradossi popolavano anche la vita di mio padre e, ovviamente, le nostre fintanto che erano legate alla sua.
La donna strizzò un occhio, uno solo, rispondendo a una qualche connessione neuronale: nonostante quell’uomo le risultasse incomprensibile, capí, d’un tratto, che dei figli cosí giovani non avrebbero messo in discussione ciò che era discutibile. Che noi, fedeli all’uomo paradossale, eravamo in tre contro una, e avevamo la ferma intenzione di imbarcarci. Rimase in silenzio, incapace di reagire, e mio padre approfittò del suo silenzio per riempire il tempo – per guadagnare tempo – con le parole:
«Per quello abbiamo messo tutto in queste buste…» ripeté sorridente, guardandola appena.
Con lui abbiamo sempre vissuto cosí: con il suo obiettivo in mente, assurdo o meno, lodevole o meno che fosse, senza considerazione per le regole che il resto dei mortali doveva interiorizzare. Viaggiare con valigie normali: perché? Potevamo essere vagabondi se gli andava, principi il giorno seguente, di nuovo nomadi, conti al risveglio.
«Ah, eccola qui, guardi. La mia patente di guida».
«È una patente per la motocicletta emessa in Spagna, lei crede che…»
La donna, che continuava a sbattere le palpebre per l’incredulità, prese il documento putrefatto. Poi ci guardò, me e mio fratello, con un’espressione ancora piú sconvolta. Ma alla fine soffermò lo sguardo su mio padre, si astenne dal fare domande e puntò alla serenità:
«Questa patente è scaduta. E inoltre è in spagnolo».
Dopo averci provato con la sua vecchia patente di guida – obsoleta nei secoli dei secoli – cercò di ottenere l’accesso all’area d’imbarco con la sua unica tessera ancora valida, quella di professore ospite a Boston. Aveva tenuto la sua ultima lezione al campus il giorno prima.
«Professore, glielo ripeto. Le uniche cose di cui ho bisogno sono i suoi passaporti e i suoi visti. Non mi serve né mi interessa nient’altro. Può mettere da parte le sue affiliazioni istituzionali. Magari questo funziona in Europa, ma lei si trova negli Stati Uniti d’America».
Per mesi mio padre ricordò quella donna, la battezzò “la donna dello sportello”, ma ci furono infinite donne dietro agli sportelli nella nostra vita; forse, a parte nostra madre, non ci fu nessuna donna che non stesse dietro a un bancone o a uno sportello. In ogni caso, si stabilí tra noi tre un patto, o un’intesa, sul fatto che quella donna “non era ragionevole”, che era “la personificazione del nuovo burocrate americano”, anche se io e mio fratello non comprendevamo quelle parole e ci limitavamo a ripeterle e ridevamo con lui perché la sua risata era dolce e autosufficiente. Non so come ci lasciarono salire a bordo. So che ci furono chiamate in Spagna e al consolato spagnolo di Boston, da dove arrivò un salvacondotto via fax. Mentre questo accadeva, e i funzionari del mondo danzavano intorno a lui, mio padre ci comprò dei biscotti al terminal. Li deglutimmo da bravi figlioli dell’uomo paradossale.
«Papà,» disse mio fratello, «quando arriviamo a Miami dobbiamo cercare bene i visti. È impossibile che li abbiamo persi. E dobbiamo andare in Spagna per Pasqua».
Nostro padre annuí e accarezzò la testa a Nico. Era dicembre, e chi lo sa dov’erano i nostri visti e le nostre valigie, chi sa esattamente perché venne in mente a nostro padre di trasferirci da Boston a Miami nel mezzo dell’anno scolastico, e secondo me l’unica spiegazione del perché avevano funzionato i sotterfugi diplomatici, quel giorno, è che si avvicinava il 2010 ed era cominciata l’epoca Obama, all’inizio meno ostile con gli stranieri, meno vigile sugli spostamenti nazionali. Quell’anno aveva ottenuto per la prima volta la nostra custodia: noi avremmo imparato l’inglese mentre lui faceva lezione all’università. All’improvviso, però, quando iniziò a nevicare e si avvicinava dicembre, decise che avremmo lasciato Boston dopo appena tre mesi, che “a Miami non avrebbe fatto tanto freddo e saremmo stati meglio”.
Oggi, dopo un lungo percorso per ricostruire tutti gli sbandamenti e le deviazioni dell’uomo paradossale, rido immaginando i suoi stratagemmi, abbraccio il suo corpo muto e non utilizzo le parole che tutto lacerano. Tutto sporcano. Gli dipingo la nostra vita, il nostro crimine. Gli ricordo che, a Boston, i suoi giochi non gli giocarono un brutto tiro per miracolo; che a Miami i suoi trucchetti non ci uccisero per un pelo; che, tornati in Spagna, le sue menzogne sí che ci mentirono, e che solo adesso iniziamo a emergere dalla menzogna.
Ci fu un applauso generale quando entrammo nell’aereo diretto in Florida; avevamo ritardato considerevolmente il decollo. Guardai fuori dal finestrino durante il volo? Lo dubito. Fuori dal finestrino guardo adesso, guardo il mondo adesso. Se chiudo gli occhi e una voce mi chiede di nominare, con parole che lacerano e sporcano, cosa riempiva i miei giorni, io rispondo: la mia fede. La fede nell’equivalenza tra l’immagine del mondo che descriveva mio padre e il mondo, tra l’immagine che mio padre aveva di se stesso e mio padre.
Non guardai fuori dal finestrino, no, mi addormentai sulle sue ginocchia. Mi appoggiai sui suoi pantaloni pieni di squame trasparenti, pelle secca che si staccava dalla sua fronte, pelle di rettile. Sicura e felice, io, avvolta dal mio vecchio rettile. La mia autosufficienza proveniva dalla sua. Mi addormentai con quell’illusione, trangugiai quell’illusione, e in un certo senso, se rievoco Key Biscayne, è perché parte di me ha nostalgia della menzogna. Della fede. Quello che crediamo ci protegge. Quello che sappiamo ci lascia alla deriva.
II
I nostri problemi iniziarono appena arrivammo a Miami. Il segnale d’allarme del metal detector si attivò e, per quanto tutti e tre assicurassimo che, sí, nostro padre aveva un femore di ferro, alle guardie sembrava un’invenzione troppo grossolana.
«No, è vero. Glielo hanno ricostruito dopo un incidente in moto a Barcellona,» spiegava Nico al personale, «è la gamba di ferro. Non porta l’orologio, né la cintura, né monete».
Nostro padre entrava e usciva dal metal detector, sorridente, amichevole, con le tasche all’infuori, facendo suonare l’allarme ogni volta, sul punto di fare un inchino di fronte allo stupore del personale di sicurezza e ai loro volti impietriti. Sembrava un numero di magia.
«Cercate, cercate sotto i vestiti, ma senza toccatine, eh?! Non ho addosso niente, davvero è la gamba, però arrestatemi perché sono un pirata! Ta-dan!»
E il metal detector suonava di nuovo. La faccia delle guardie a Miami era simile a quella della donna dello sportello a Boston: una perplessità che non si prendeva gioco del ridicolo – il principe vagabondo, il professore pirata, – ma che, al contrario, ruminava per trovare una soluzione in tempo record. Mio fratello parlava civilmente con loro, mentre mio padre proseguiva col numero circense e io mi comportavo da spettatrice principale.
«Che vuol dire “una gamba di ferro”?»
Le guardie chiamarono un poliziotto. Quell’uomo parlava una variante particolare dello spanglish; Nico disse che era cubano. Mio fratello sapeva un sacco di cose: era curioso e, di conseguenza, possedeva informazioni sul mondo, le nazioni, le lingue. Io e mio padre eravamo troppo assorti nelle nostre stesse invenzioni, nelle nostre piroette, per prendere in considerazione, anche minimamente, il mondo.
«Questo è impossibile, buddy. Se avesse il femore di ferro non potrebbe camminare o piegarsi» replicò il poliziotto, che sembrava piuttosto un modello. Aveva una mano appoggiata sull’arma.
«Non è di ferro, è un modo di dire. È di alluminio. E per questo suona» disse Nico.
«Non rileva la presenza di alluminio. Rileva la presenza di metalli, buddy».
«Ma è di metallo!»
«Ai raggi X non si vede nessun tipo di metallo».
Da quello che ricordo, si stavano fraintendendo per la differenza tra le parole metal, steel e aluminium. La conversazione non avanzava. La coda dietro di noi cresceva.
«A Boston non ha suonato» disse mio padre. «Guardi, c’è un autista che ci aspetta là fuori, non possiamo fare tardi. Molto gentili: questi sono vostri».
All’improvviso, fece apparire delle banconote sul palmo della sua mano. La quantità era oscena, una cifra inverosimile, però con mio padre succede sempre la stessa cosa: quando voglio narrare la realtà che ho vissuto con lui, le regole della finzione fanno la verticale e non mettergli queste banconote in mano sarebbe mentire, occultare quello che successe davvero, nonostante sembri incredibile. Successe cosí: infilò la banconota nella mano del poliziotto, un gesto elegante. Da dove veniva fuori una mazzetta del genere? Era possibile che ce l’avesse in tasca, semplicemente, oppure il mago, pronto a corrompere, la teneva nella manica, tutti i giorni, come un asso.
Invece di tenersi i soldi e lasciarci andare – come noi tre pensavamo che sarebbe successo –, il poliziotto rimase inerte. Afferrò la mano oscena di mio padre. Gliela torse quasi senza sforzo, immobilizzandolo. Gli chiese di stare calmo se non voleva farsi male “lei da solo”. Altri due poliziotti arrivarono a passo spedito.
«Chiederò a vostro padre,» disse uno di loro «di accompagnarci. Di sicuro non faremo tardi. Restate qui con vostra madre».
Indicò una donna bianca, bionda come noi, con la faccia da madre. Lei intuí che eravamo soli ed entrò, suppongo, nella parte. Ricordando questo episodio, mio fratello dice che mi vide “piangere dentro”. Fu il primo di vari pianti interiori che adesso, in retrospettiva, considero far parte della stessa categoria: solo gli adulti piangono quando sanno, i bambini piangono perché non sanno. Per questo dico che non so esattamente cosa successe in quei mesi, anche se la domanda continua a essere un’altra: perché dovrebbe importare di piú la mia consapevolezza di oggi della mia ignoranza di ieri?
Il poliziotto mantenne la sua promessa e ci restituí nostro padre dopo pochi minuti. Mentre si avvicinavano, lui già esibiva la sua smorfia da falso criminale. Ci scortarono all’esterno del terminal.
«So, where is he? Dov’è l’autista?»
Che ci aspettava un autista era un’altra sua invenzione. Durante l’anno che passammo con lui negli Stati Uniti – prima al nord, e all’improvviso, adesso, al sud – non ci fu un’infrastruttura che desse ordine alla vita: raramente si procurava autisti o collaboratrici domestiche, lui che in Spagna non era abituato né a guidare né a cucinare. Mi piacerebbe dire: non so come siamo sopravvissuti. Ma so esattamente come.
«Sí, sta per arrivare. Può lasciarci soli».
«Maledetto ritardo» intervenni, abituata a salvarlo dalle invenzioni che non riuscivano come lui sperava. «E se chiamiamo un taxi?»
«Buona idea, my darling. Facciamo cosí».
Tutti e tre sorridemmo come in una pubblicità, fingendo complicità familiare. Lui non mi chiamava mai cosí, my darling, ma gli risposi con un sorriso da darling perché ero abituata a trasformarmi in quello che suggerivano le sue messinscene. Invece di adattarsi al mondo, nostro padre adattava il mondo a se stesso, e agiva in maniera analoga con le persone che lo circondavano.
Invece di integrarsi, smantellava l’ambiente intorno a lui in modo che tutti ci adeguassimo alla sua idea, per quanto fosse inusitata; e non accettava, in fondo, nulla che non avesse disegnato lui. Aveva il temperamento dell’artista, e in poco si differenzia l’artista dall’imperatore: come può credere che la logica del mondo reale imperi quando di solito impera la sua volontà, quando il suo mondo è la sua volontà, quando per decenni ha prevalso il suo desiderio, il suo disegno, fino a che il suo plastico si è imposto sulla geografia naturale, fino a che la sua pittura ha sostituito il paesaggio.
In Florida vacillò per la prima volta la sua realtà trasformata in plastico, i suoi figli trasformati in personaggi. Mentre andavamo verso la città, niente ci avrebbe potuti preparare: niente nella natura né nel clima. La terra avvisa sempre prima del terremoto, dell’eruzione, ma il suo modo di avvisare è l’ironia.
III
Quello che ricordo subito dopo è un box fatiscente. L’insegna diceva Car Rental. Mio fratello dormiva affianco a me, nel taxi, e la musica che veniva fuori dalla radio era in sincrono col mento del tassista, che seguiva il ritmo come se emergesse dalle proprie ossa. Spazientiti, tutti e tre aspettavamo che mio padre uscisse dal box. Quando finalmente uscí, fece un sorriso. Posso vederlo camminare verso di me, ora. Tira fuori la macchina fotografica e mi fa una foto. Flash. Mette via la macchina fotografica e porta entrambe le mani dietro la schiena, come se nascondesse un regalo, una sorpresa, e attraverso il finestrino aperto mi consegna le chiavi di un’auto.
«Ta-dan!»
«Ta-dan» disse il superman deboluccio, un braccio sulla fronte, possessore finalmente dell’auto noleggiata che sarebbe stata testimone dei nostri primi mesi sull’isola.
Alla fine, Ronzinante solcò il paradiso. Ronzinante: il nome che, piú avanti, nostro padre diede all’auto. Il paradiso: promessa di felicità infinita, di bellezza atemporale ed eccessiva. Io l’avevo sperimentata appena avevamo lasciato l’aeroporto, ma vidi che nostro padre le si abbandonava solo ora che nessun poliziotto ci seguiva con lo sguardo.
Lo shock caldo ci inghiottí tutti e tre. L’onda acquatica che avvolgeva ed elevava la città: il sole, come l’umidità, non si vedeva in alcun punto del cielo perché tutto era sole, tutto era umido. A Miami, niente sembrava sostenersi a livello del suolo, ma nemmeno a livello sottomarino. I corpi umani e animali fluttuavano in uno spazio intermedio, sempre tiepido fino a quando già non lo era piú.
«Nessuno si siede davanti con me? Figli traditori!»
Partimmo e facemmo rotta verso l’isola dove, da quello che ci aveva detto lui, avremmo vissuto. Nico si svegliò quando accelerammo. Mi afferrò la mano. Entrambi, quasi gemelli, guardammo fuori dal finestrino come se non stessimo vedendo una città, ma un film: non eravamo mai stati in un luogo cosí, vibrante e decadente insieme. Attraversammo Little Havana, deviammo verso Coral Gables e attraversammo Coconut Grove, ogni volta piú vicini al ponte che univa la città a Key Biscayne. Quei centri configuravano il centro urbano, la cui massima espressione si trovava a Calle Ocho: incoerente, americana, cubana e fittizia. Lo sapemmo istintivamente: quel posto sembrava piú uno scenario che un luogo. Non è che avesse un’apparenza falsa, bensí l’apparente aveva lo stesso tono del reale.
L’auto, appiccicosa, sembrava sudare. Scoprii che il vano portaoggetti traboccava di CD. Misi su il primo e l’eccitazione mi fece sprofondare nella sua voragine. Una chitarra elettrica. Una voce, elettrica anche questa, femminile:
I’m a bitch, I’m a lover,
I’m a child, I’m a mother,
I’m a sinner, I’m a saint,
I do not feel ashamed.
I’m your hell, I’m your dream,
I’m nothing in between…
«Toglilo, fammi il favore. Non c’è musica classica?»
«Questa me l’ha insegnata una delle tue fidanzate».
«Ma quali fidanzate?» disse nostro padre, cercandomi nel retrovisore. «Non ho piú l’età. E credete che abbia tempo? Se passo tutto il giorno con voi, voi siete le mie fidanzate!»
A Boston sapevamo che alcune sere nostro padre si vedeva con una donna, ma non sapevamo con certezza chi fosse: se la padrona di casa, nella villetta familiare della quale avevamo trascorso il Thanksgiving, o una delle sue studentesse, una alta e coi capelli rossi. Io optavo per la studentessa, ma la teoria di mio fratello era che ci eravamo trasferiti a Miami per stare il piú lontano possibile dalla padrona di casa, che aveva un’ossessione per nostro padre e voleva prendere il ruolo di madre nella nostra famiglia in apparenza monoparentale.
«Inoltre, credimi, niente fidanzate. Un uomo come me può avere solo amiche».
Nico alzò gli occhi al cielo e continuò a stare appiccicato al finestrino. Io mi allungavo come una giraffa, le ginocchia dietro e il busto che si sporgeva in avanti, per regolare il volume della musica. Nessuno aveva messo la cintura.
«Zitti!»
Quando nostro padre alzava la voce, e nel suo tono non c’erano tracce di canzonatura o umorismo, significava che c’era un pericolo.
«Per favore, tenetevi forte».
Io, giraffa, in un flash immaginai il peggio, visualizzai il mio corpo schiacciato, il corpo di Nico trasformato in un porcellino di terra1, la giraffa e il porcellino di terra morti, il padre ripiegato su se stesso, vidi tutto e non successe niente.
«Sta parlando» disse.
«Chi sta parlando?»
«La macchina».
«Cosa?»
«Silenzio! Per favore. La macchina sta parlando. Cos’è questo?»
Frenò di colpo.
«È il GPS» disse Nico. «Ho messo l’indirizzo prima che partissimo. Ci sta portando all’isola».
Ci eravamo fermati nella cunetta del ponte, una strana strada che connetteva Miami alle due isole: Key Virginia e Key Biscayne. Attraversavamo il mare a un’altezza da vertigini, la baia Biscaglina sui due lati. Dietro di noi rimaneva la penisola e, sulla costa, grattacieli in rovina o nuovissimi. Ora, mentre ci avvicinavamo alle isole, si vedevano soltanto le ville in riva al mare.
«Allora,» disse Nico, «questo qui si chiama GPS. In pratica ci indica come arrivare a una destinazione che scriviamo qui». Mise un dito sul touchscreen e mio padre spalancò gli occhi come se avesse visto la Madonna. «Vedi? Ho scritto 8 Ocean Lane Drive, Condominium 4, Key Biscayne, Miami, FL. E quando confermi, qui, ti dà ad alta voce le indicazioni».
Mio padre rimase a guardarlo. Quello non era un dispositivo, dicevano i suoi occhi, era un’apparizione.
«E come rileva i nostri spostamenti?»
«Usa i satelliti. Come le linee telefoniche».
«E perché ha una voce femminile?»
«Perché suona piú affidabile di una maschile, immagino».
Mio padre si contorse. Mentre rideva, si piegava a metà come un foglio.
«Come avevi intenzione di muoverti a Miami?»
«Con le mappe».
«La mappa! Una grande invenzione dell’epoca mesopotamica» disse Nico. «Nel ventunesimo secolo è questo apparecchio che ti porta nei posti. Hai capito come funziona?»
Io e Nico ci guardammo, coscienti della nostra posizione precaria nella cunetta del ponte, intorno a noi macchine che lo attraversavano a tutta velocità. Dicemmo qualcos’altro e riprendemmo il tragitto. Però era vero, e forse fu allora che me ne resi conto per la prima volta: ci separavano da nostro padre varie generazioni, anche se non gli davamo mai peso; eravamo nati quando aveva quasi sessant’anni, e adesso, superati i settanta, si attaccava a noi come chi succhia tutto il succo di una papaia prima che il banchetto abbia fine.
Lo invase l’emozione – lo so, l’ho visto – in quel momento, proprio mentre ripartivamo. Tutti la sperimentammo in quei mesi, però ci arrivò con tempistiche e per ragioni diverse. Condividemmo l’anno a Key Biscayne, non vivemmo esattamente la stessa esperienza: ognuno ricorda i fatti a modo suo, e non è il modo in cui vuole, bensí quello in cui può ricordarli.
Il cellulare di nostro padre iniziò a suonare. Guardò chi chiamava e rifiutò la chiamata. Si concentrò sulla ripresa della nostra traversata. Erano dieci giorni che rifiutava le chiamate di nostra madre ed erano giorni che noi facevamo finta di non accorgercene. Forse la domanda non è se i figli riescono a conoscere, prima o poi, i loro genitori, ma se i genitori riescono, prima o poi, a immaginarsi quello che percepiscono e si tengono dentro per sempre i loro figli.
1Il porcellino di terra è un crostaceo non acquatico, ma terrestre, come indica il nome. Per il suo aspetto può essere confuso con un insetto. Il termine utilizzato dall’autrice nel testo originale è bicho bola, letteralmente insetto palla, perché per difendersi si appallottola assumendo una forma sferica, la cui superficie è costituita da una corazza fatta di placche.