Traduzione di Cloé Simone e Esther Bondí
Estratto di Incensurable (Lumen, 2025)

Cosí, dopo mesi e mesi alla ricerca di un editore, la famiglia Nabokov ottenne il sí da una casa editrice molto pittoresca, la parigina Olympia Press, un marchio specializzato in testi erotici, dalla cui tipografia uscivano nuove edizioni commentate del Marchese de Sade, prime edizioni del Sexus di Henry Miller, di Pasto nudo di William Burroughs, o di Storia di O di Pauline Réage, una decina di parodie porno dei classici greci e un altro centinaio di opere minori infettate da orifizi infetti.

Era questo il posto migliore per Lolita? Le compagnie malfamate di quel catalogo non avranno nulla a che vedere con la concezione perversa che si ebbe in seguito della sua letteratura? Non aveva alcuna importanza. Lolita finalmente aveva una casa. L’Olympia Press accolse il suo esordio, divisa in due volumi con le copertine di un verde #6B8744. Il primo tomo apparve nel 1955, con una tiratura di 5000 esemplari, e la verità è che per il pubblico anglofono di Parigi avvenne senza particolare clamore. Con il tempo alcune copie arrivarono nel Regno Unito. Una di queste capitò nelle mani dello scrittore Graham Greene, il quale, con molto entusiasmo, la recensí in un giornale, con il risultato che pochi giorni dopo quello stesso giornale porse le proprie scuse per aver elogiato un testo che era solo «pornografia sfrenata». Il Ministero dell’Interno britannico pretese che si confiscassero tutte le copie dell’edizione francese di Lolita che circolavano nel Paese, ma fu proprio la natura di quella eccessiva censura che richiamò l’attenzione di George Weidenfeld e Nigel Nicolson, gli editori che portarono la causa fino in Parlamento e che per tre anni lottarono per impedire che le leggi conservatrici contro l’oscenità si accanissero contro la loro letteratura.

Permettetemi di raccontare un paio di pettegolezzi in piú. Vi divertirà sapere che Nigel Nicolson quasi si rifiutò di collaborare con il suo socio in questa avventura letteraria e politica perché i suoi genitori e benefattori pensavano che Lolita fosse una merda. E chi era la madre di Nicolson? Niente di meno che Vita Sackville-West, l’aristocratica della quale tutte voi avrete sentito parlare per essere stata amica, amante e confidente di Virginia Woolf. Sí, della vostra cara Woolf, la quale, a proposito, diceva anche lei peste e corna di un’altra opera perseguitata in modo instancabile dalle leggi contro l’oscenità: l’Ulisse joyciano, romanzo che i Woolf rifiutarono per il loro marchio editoriale perché lo consideravano una follia degna di un segaiolo.

Qualche altro assaggio interessante: mentre nel Regno Unito il nome di Lolita diventò il simbolo della lotta per un’agognata libertà nel mondo delle lettere, del giornalismo e in quello accademico, negli Stati Uniti, Francia, Argentina e Italia il romanzo riuscí a oltrepassare il filtro della censura, non senza i suoi detrattori, e, alla fine del 1958, il libro aveva venduto intorno alle 250.000 copie solo negli Stati Uniti. Infastiditi da questa disuguaglianza, un buon numero di intellettuali britannici si uní per firmare un comunicato che apparve su “The Times”, nel quale pretendevano che il governo smettesse di proibire diversi libri tra i quali, sempre in testa, Lolita: «Le nostre opinioni sul merito dell’opera differiscono ampiamente» diceva la lettera, «ma crediamo che sarebbe deplorevole se a un libro di cosí grande interesse letterario, accolto con entusiasmo da critici illustri e largamente elogiato da media seri e rispettabili, si negasse la pubblicazione nel nostro Paese». Tra i firmatari del manifesto, tra l’altro, c’era la filosofa Iris Murdoch. Vi parlerò di lei piú tardi. L’importante è che la lettera fu un successo: vedete, gli intellettuali a volte servono a qualcosa, anche se questo qualcosa è solo salvarsi il culo a vicenda.

Lolita si pubblicò nel Regno Unito qualche mese piú tardi, avvolta in un altro prevedibile velo di polemiche che divisero la critica tra chi la tacciava di perversione e chi la considerava un’opera maestra. Come potete vedere, in tutto il mondo le fasi delle sue censure risultavano tanto dissimili quanto i fervori successivi alla sua pubblicazione. E che dire del quasi mezzo secolo nel quale il libro fu presente nelle nostre vite? Che cosa successe? Come si leggeva? Perché poi svaní? Com’è che oggi nessuno lo ricorda? Chi o cosa ce lo ha tolto dalle mani?

Il tempo di una vita vi separa dal poter sollevare questi dubbi.

Se non sbaglio, la maggior parte di voi in questa sala dovrebbe aver già compiuto vent’anni, il che significa che le vostre madri vi hanno partorito nello stesso anno, verso il 2009, nel quale, secondo le mie ricerche, si verificò il fenomeno che io chiamo il «Grande Black-out L.», citando il 5 novembre 1959, quando il romanzo arrivò finalmente nelle librerie di tutto il Regno Unito, una giornata che i suoi editori finirono per battezzare «Giorno L.». Senza saperlo, voi siete figlie del «Grande Black-out L.», un episodio letale, anche se indolore, della Storia della Letteratura Universale. Il fatto, credo, avvenne cosí: in maniera silenziosa, discreta, e direi persino con delicatezza, il libro finí per estinguersi. Come se l’incantesimo che Hermione Granger usò affinché i suoi genitori si dimenticassero della sua esistenza fosse ricaduto su ogni riferimento, ogni rappresentazione, ogni lettura mitologica od ogni cenno di memoria di Lolita.

Piú che un oblivion, una chiara invocazione ai poteri della «Obliteratura». Il «Grande Black-out L.» con la elle, non di Dolores, ma di lotofagia. Il frutto omerico e narcotico del piacere? Il fiore censorio dei brutti ricordi? Lolita era un ricordo che qualche strega voleva sradicare e che, nel suo scopo vendicativo, finí per cancellare da tutte le mappe?

Non crediate che mi prenda gioco di voi, non credo alla stregoneria. Anche per me sarebbe stato piú facile gettare la spugna in questo tentativo di giustificare l’esistenza di un grande complotto esoterico, di un grande cortocircuito del pensiero. Cercherò di essere precisa nella mia esposizione. Vi prego di ascoltarmi. Alba dell’11 giugno 2009. Questa è la data dell’ultimo registro di coscienza che sono stata in grado di datare nelle mie innumerevoli indagini. Con «coscienza» mi riferisco alla manifestazione deliberata di una lettura di Lolita precedente al black-out. All’ultimo segno di un mondo in cui la sua lettura era possibile, ammissibile, realizzabile e lontana dalla stranezza di averla cancellata: «Mi piace il tuo blog» scrisse un tale @taun nei commenti di un post di tale @liznorton. «Hai letto Lolita? È che mi fai pensare alla protagonista». Ma lei non rispose mai.

Non vacillerò nell’affermare che coloro che prima volevano proibire Lolita con la loro morale pudica furono esattamente gli stessi che all’inizio del XXI secolo si facevano beffe della sua cancellazione, ma non tanto per loro stessi, bensí per opporsi al pensiero e all’influenza sempre piú schiaccianti di quelle che ancora oggi sono le loro avversarie politiche.

Di lettori criminali ce ne sono dappertutto. Appartengono a tutti i generi e le ideologie e le loro idee colonizzatrici possono abitare in noi stesse, nonostante la forte prospettiva egualitaria che crediamo di possedere. È vero che Lolita ebbe una vita lunga e fruttuosa nella decade degli anni sessanta e settanta. Dopo la morte di Vladimir Nabokov nel 1977, il romanzo diventò un elemento fondamentale del canone letterario occidentale, il che procurò ai suoi personaggi alcuni anni di tranquillità. Sí, ci furono versioni, revisioni e reinterpretazioni dell’opera, ci furono adattamenti cinematografici e teatrali, ci fu un’enorme, eccessiva!, produzione di fanfiction. Nonostante ogni tanto qualcuno, da una cattedratica a una lettrice comune, si mettesse a gridare al cielo e si rivoltasse contro il suo contenuto, l’unica cosa certa è che Lolita, e insieme a lei l’intera bibliografia del suo autore o, andando un po’ piú lontano, tutta quella letteratura scritta da donne che, per avvicinarsi al piacere, alla classe o all’identità, avevano le carte in regola per essere protagoniste di polemiche simili, all’inizio degli anni Duemila erano tanto incensurabili quanto indiscutibili. O questo è quello che credevamo. Cerchiamo di non essere ingenue. Non abbiamo ancora rotto il soffitto di cristallo. È sufficiente conoscere un po’ la storia del nostro genere per renderci conto che dietro l’avanzare dei nostri diritti e delle nostre libertà c’è sempre un’onda di avversione che ci obbliga a retrocedere. Lo abbiamo visto, per esempio, con la minaccia delle leggi antiabortiste, cosí di moda oggi nei governi vicini, quelli che intimidiscono con la proposta di svuotare le biblioteche scolastiche di contenuti sessuali, come se volessero farci capire che stavano scherzando, che il progresso non è mai stato il frutto delle nostre lotte, ma del loro permissivo disinteresse.

Il mondo editoriale non è cosí diverso da quello della politica e forse per questo, poco dopo aver celebrato il cinquantesimo anniversario della prima pubblicazione di Lolita, alcune menti cominciarono a credere che anche con questo tema stavamo andando troppo lontano.

Erano gli anni di Barack Obama e di José Luis Rodríguez Zapatero. Erano gli anni di MySpace e della nascita di Facebook. Erano gli anni dell’istituzione del Processo di Bologna e del suicidio di David Foster Wallace. Voi stavate per nascere e io frequentavo il primo anno di Filosofia all’Università di Granada. A quei tempi sentivo di aver superato la sfida di leggere Lolita. Anche la copia nascosta nella mia memoria prendeva polvere, insieme ad altri romanzi canonici o a libri di poesia che non mi attraevano piú cosí tanto perché la mia curiosità trovava piú provocatoria la fede di Miguel de Unamuno e di Søren Kierkegaard. Mio padre era morto l’estate precedente al mio ingresso in facoltà a causa di una complicazione medica derivata dal suo alcolismo, di modo che, nel settembre del 2008, orfana dei miei due genitori e depressa, ma patrocinata e borsista di uno stato socialista, mi presentai al Collegio Maggiore di Santa Cruz con l’intenzione di conoscere molte ragazze che, come me, volevano diventare adulte appagando la loro sete di amore e di lettura. Avevo praticamente finito il liceo senza mai pensare a Nabokov, finché un giorno assistetti a una tavola rotonda sul pensiero radicale ai tempi della crisi economica, alla quale partecipava una celebre poetessa catalana di poco piú di trent’anni che avevo conosciuto su internet in veste di commentatrice anonima del suo blog, e con la quale, sotto sotto, volevo andare a letto, perché piú che il suo ingegno mi ossessionava la sua bocca. È che ad alcune di noi donne saffiche piacciono le donne eterosessuali, ma di solito non per le ragioni che vorrebbero loro.

E chi era questa poetessa cosí bella? Per non accumulare ancora piú nemiche di quelle che già mi procurerà questa conferenza, terrò per me il suo nome vero e la ribattezzerò Bibiana Florsombría. Cosí, dunque, una mattina di novembre del 2008 Florsombría venne nella sala conferenze della facoltà e, con il suo dolce e vendicativo modo di parlare del sistema editoriale, ci presentò una lunga lista di romanzi e raccolte poetiche scritte da donne che, una decina d’anni prima del movimento #amitambién e prima che le case editrici si costringessero a tirar fuori dai loro bauli polverosi le autrici dimenticate del XX secolo, nessuna di noi aveva letto. Estasiata, mi appuntai la bibliografia e desiderai che arrivasse il giorno seguente per alzarmi presto ed essere la prima a portarseli via dalla biblioteca della facoltà. L’emozione di ascoltare quei nomi tanto vicini e, a volte, cosí lontani mi provocò palpitazioni tanto nel cuore quanto nei genitali: Carmen Conde! Mercè Rodoreda! Rosa Chacel! Luisa Carnés!

Ero al limite dello svenimento finché, all’improvviso, dopo averci enumerato i sogni d’amore della protagonista di Aloma, Florsombría denunciò la scarsa rappresentazione nel canone di queste «donne giovani, ma zelanti» che avevano ritrattato le nostre ignorate antenate, inveendo contro la visione ridicola del desiderio femminile di quello che chiamò «lo scrittore macho». Tra i rappresentanti di questa specie curiosa, esemplificata da alcuni passaggi della Tristana di Benito Pérez Galdós e il suo personaggio di don Lope, per il quale «in amore tutto è lecito», a partire proprio dall’inganno e dall’abuso, Florsombría incluse Nabokov. Nell’offrirci quelle che mi parvero una serie di sviolinate sul significato di Lolita, concluse la diatriba con il seguente apprezzamento: «Il romanzo è scritto talmente bene da riuscire a farci dimenticare che è sbagliato abusare delle bambine».

Sentii rabbia. Mi bruciavano le viscere. Avevo voglia di alzarmi e schiaffeggiarla, ma: e se aveva ragione lei? In fondo l’esperta era lei, e a volte la mia vista era troppo offuscata dalla fantasia di volermi convertire in una Leticia Valle in carne e ossa, succube del desiderio per quella maestra. No. Non poteva avere ragione. Io avevo letto quel libro. Mi ero confrontata con le sue innumerevoli contraddizioni e sapevo che Bibiana Florsombría non aveva ragione. Il suo argomento mi sembrava tanto assurdo che, secondo quella stessa logica, Harry Potter sarebbe stato scritto in modo da farci dimenticare che non si può volare sollevando da terra una Nimbus 2000. Ero sul punto di alzarmi e abbandonare la sala conferenze quando qualcuno mi anticipò. Era un giovane professore di Filosofia del diritto dal naso importante e popolare tra lo studentato femminile per il suo sguardo ammiccante e il suo accento da arrampicatore sociale. «Leggere Lolita in questi termini significa leggerla senza capacità di immaginazione!» gridò, interrompendo la poetessa con un gesto rabbioso. Alcune studentesse applaudirono. Altre si intimidirono. Si diffuse il mormorio. Di fronte al clamore, Florsombría chiese silenzio e indietreggiò di alcuni millimetri nella sua invettiva dicendo che, in realtà, bisognava leggere Lolita per capirla, criticarla e soprattutto per cercare alternative, perché era «un buon romanzo», ma quel che non bisognava fare era «santificarlo».

Con il passare degli anni, nel ricordare quell’intervento, mi sono resa conto di quanto Bibiana Florsombría ha influito nel mio modo di studiare lo scrittore macho e nel mio richiamo costante a leggere la sua letteratura per goderne, ma anche per il piacere che comporta, invece di censurarla, riservarsi il diritto di scuoiarla con un fottuto coltello tra i denti.

E, tuttavia, che altezzosità quella di Florsombría, nel confondere un’opera con la sua ricezione. Che significava esattamente cercare alternative a Lolita? Sostituirla con un’altra? Silenziarla? Lasciarla cadere nel dimenticatoio? In questo senso, mi piace molto un’idea che lessi in un’intervista a Gisèle Sapiro, autrice del saggio Si può separare l’opera dall’autore?, a proposito della cultura della cancellazione protagonista delle guerre intellettuali degli anni venti del nostro secolo.

Tenendo a mente che la cancellazione è una specie di sorella stupida della censura, una sorte dal passo anticipatorio e codardo piú legato al mercato che alla morale, prenderci la briga di contestualizzare un’opera scomoda è piú efficace che cancellarla. Nelle parole di Sapiro cancellare mantiene la violenza simbolica di quelle opere, «mentre renderle esplicite farebbe sí che la gente capisse il motivo per cui è problematica». Contestualizzare è ciò che mi sono proposta di fare per voi con questo romanzo che in maniera del tutto incomprensibile il mondo ha dato per morto. Chi lo ha fatto? Con che tipo di magia nera? Lolita è problematica, lo avete già capito. Ma il fatto è che la letteratura è sempre un problema in quanto tale, e non ci sarà niente di male nel riconoscerlo mentre ci avventuriamo a giudicare i testi che abbiamo davanti con onestà ed empatia. Mentre capiamo quali possibilità ci regala la finzione. Mentre ci poniamo di fronte alle confessioni di Humbert, scaliamo la montagna impervia finché il suo autore ci trascina, e guardiamo dalla nostra verità la bellezza che ci offre la sua cima.

Leggere, tanto quasi come scrivere, significa assumersi dei rischi.

Un’altra teorica, Betina González, scrisse che il vero effetto della cancellazione è la produzione di massa di opere standardizzate. Di opere, insomma, senza alcun rischio.

Leggere, tanto quasi come scrivere, significa metterci il corpo.

Conosciamo già i pericoli fisici e mentali che accettarono Nabokov e alcuni dei suoi primi editori nel dar vita a questo libro, ma quali sono quelli che ci competono oggi, come lettrici? Nessuno sa quello di cui è capace un corpo lettore. Bisognerà armarsi per la lotta contro l’obliterazione. Per questo il mio compito, e a partire da ora quello di tutte voi, è quello di superare l’allettante censura intima di quello che ci risulta insopportabile, fino all’essere nocivo, per il beneficio della comprensione. Servendo come segnale di un’ipotetica cultura della riparazione, il falso prologo di John Ray Jr. mi pare come una chiave, forse illusoria, per accettare la provocazione di leggere Lolita: «Lolita farà sí che tutti noi ci consacreremo con interesse e prospettiva molto maggiore al compito di riuscire a creare una generazione migliore in un mondo piú sicuro». Ma chi ti ascolterà, caro finto dottore in Filosofia! Lo ascolterete voi? Oserete leggere il romanzo in questi termini?

Non fate queste facce.

Vi ho detto che il libro è scomparso da tempo dalla faccia della terra, però ognuno ha le proprie risorse e sa come tentare la sorte. Io ho dato tutto per dimostrarvelo. Noi stiamo giocando alla vita, studentesse mie. Per questo, se permettete, prima di offrirvi una brevissima pausa affinché possiate andare al bagno o prendere un caffè, vorrei dire ancora due cose. Prima lancerò un’altra domanda dolorosa. Poi vi farò un regalo.

Questa è la domanda: e se, veramente, come preannunciava Florsombría, nel leggere Lolita ci dimentichiamo che violentare le bambine è sbagliato? Beh, allora ripensiamo la nostra relazione con i testi, la nostra relazione con l’arte, la nostra relazione con il sesso, la nostra relazione con la bugia, la nostra relazione con la lingua. Guardandoci dentro per bene, potremo spiegare il significato della nostra angoscia, invece di farci scandalizzare da lei. La filosofa Anne Dufourmantelle diceva che, se un’opera d’arte suscita scandalo, è perché inventa linguaggi nuovi. Per l’autrice di Elogio del rischio, il nostro tempo si caratterizza per la paura dello scandalo e per la mancanza apparente di una censura che altro non è se non la maschera di un’epoca reazionaria. Che la finzione sia piena di bugie non impedisce che in essa si infiltri parte della realtà e, lo sappiamo, nella realtà ci sono i mostri. Trovare riconoscimento solo dove leggiamo infamia è insopportabile, un altro rischio, un altro scandalo. Per questo, leggendo, c’è chi preferisce non confrontarsi con queste domande.

All’inizio di queste mie ricerche sul «Grande Black-out L.» trovai nei diari di Raoul Panetone un riferimento a qualcosa che mi parve potesse essere Lolita. Il poeta, che divagava su alcuni dei libri che aveva dovuto lasciare a metà nel corso della propria vita, assicurò di aver abbandonato una lettura su un pedofilo a pagina centocinquanta, perché non era in grado di sopportare la sua sporcizia. Se, come sospetto, Panetone stava alludendo al libro di Nabokov; se quella che aveva letto era la stessa edizione spagnola alla quale, contro ogni logica e contro ogni legge di natura, io ho potuto avere accesso, e che ho fotocopiato affinché le piú coraggiose fra di voi leggano prima di riprendere la sessione, questo significherebbe che la pagina alla quale abbandonò la lettura si trovava a metà della narrazione delle prime scoperte sessuali della bambina in un campo estivo per ragazzi, a causa delle quali Humbert si fa molte pippe mentali e delle quali prova ad appropriarsi, poiché sente che la sessualità della sua figliastra può appartenere solo a lui e non deve dirigersi mai verso altri corpi.

La posizione di Panetone è tanto comprensibile quanto quella dei bambini che si coprono gli occhi quando il mostro del film fa capolino da sotto il letto. Il libro: leggetelo. Questo è il mio regalo avvelenato: un mazzetto di pagine. Ho voluto depositarlo nelle vostre mani perché, come disse Alejandra Pizarnik a Silvina Ocampo quando le volle regalare un esemplare de La contessa sanguinaria di Valentine Penrose, alcuni libri bisogna consegnarli come dei pugnali.

Se vi avvicinate, io stessa intaglierò la prima parte della confessione nelle vostre tenere carni. Ho con me le copie in borsa. Venite. Avvicinatevi, prendetelo. La carta è ancora calda.