Miriam, è brutto da dire ma è la verità, e la verità anche quando è brutta ha comunque una sua bellezza intrinseca, suo figlio lo odia.
Lo ha desiderato fino a diventare pazza e lo ha amato tanto, ma ora lo odia.
Valerio mica se lo immagina che sua madre possa odiarlo. Lei, che lo ha assecondato in tutte le sue scelte, anche quelle del cazzo, che lo ha sempre salvato dalla voce di suo padre, e non solo dalla voce, visto che quando aveva sedici anni ha provato a picchiarlo. E subito Miriam a frapporsi tra il suo viso e l’ipotesi dello schiaffo, tra lui e la mano di suo padre.
È per questo che Valerio è convinto che tra lui e sua madre vada tutto bene.
Certo, sa che sua madre non è stupida. È bigotta e non troppo intelligente, ma non è stupida, quindi Valerio sa che sua madre sa che si fa regolarmente, o meglio, come direbbe lei parlando con le sue amiche – quelle sí bigotte e stupide – che prende qualcosa prima degli esami. Probabilmente ha sempre saputo che beveva e che fumava fin dalle scuole medie, ma giocava nella sua squadra, gli regalava i videogiochi per la PlayStation sussurrandogli di non dirlo a suo padre, gli comprava i vestiti firmati mentendo sul costo reale.
Eppure ora Miriam lo odia e non le interessa piú tenerlo nascosto. Odiare il proprio figlio è una cosa aberrante, no? Ma può succedere. Fa parte della vita.
Il primo segnale che qualcosa si stava incrinando era arrivato un giorno in cui sua madre l’aveva trovato privo di sensi sul divano. Quante volte l’aveva trovato privo di sensi sul divano? Quante volte gli era piombata addosso urlando il suo nome? E sempre lui si ridestava dalla sbronza infastidito e le diceva di tacere. «Mi scoppia la testa, ma’».
Anche quella volta era disteso sul divano, sbronzo, ma Miriam era entrata in casa e lo aveva ignorato. Aveva preso atto che suo figlio era lí, riverso sul divano, forse svenuto, e lo aveva ignorato.
Valerio questa cosa l’aveva notata e aveva aperto un occhio – era sempre un po’ vigile come i gatti – perché non è mica scemo, anzi, le nota tutte, le sfumature. È un drogato, e i drogati sanno che non possono permettersi di rinunciare a niente di quello che hanno. Ogni perdita, ogni cessione, è una sconfitta.
E poi, qualche pomeriggio dopo, Valerio se ne stava mezzo fatto sul divano a giocare con l’Xbox e Miriam era rientrata in casa senza nemmeno dirgli ciao. Allora si era alzato, barcollando da lei, in cucina. Miriam stava riponendo la spesa negli scaffali. «Ciao ma’» le aveva detto, ma Miriam aveva le cuffie e lo aveva ignorato.
Ma che cazzo succede, aveva pensato Valerio. Sua madre con le cuffie che lo ignora deliberatamente? «Ciao, ma’» aveva ripetuto allora Valerio a voce piú alta, e solo in quel momento Miriam l’aveva degnato di uno sguardo, uno sguardo che non si darebbe neanche a un cane con la rogna, e lei lo aveva rivolto a lui, il suo unico figlio, cocainomane e alcolizzato, che era riuscito a dare appena tre esami e poi piú niente, ma a cui continuava a pagare le tasse universitarie come se fosse in perfetta regola e le cui doti continuavano a essere decantate alle amiche la domenica a messa: «Valerio è molto dotato, ma non ha ancora trovato la sua strada».
Quante volte aveva sentito sua madre dire cosí, mentre lui arrossiva, si vergognava. In quei momenti quasi preferiva suo padre, che alla domanda «E Valerio? Che fa?» sbuffava apertamente con gli occhi al cielo, come a dire: «Mio figlio non vale niente».
«Ma’, mi senti? Che cazzo…» aveva detto Valerio quel pomeriggio, e Miriam lo aveva guardato stremata, come a dire, cosa vuoi?
«Ho fame» le aveva detto, e Miriam aveva riso.
«Mangia» e poi aveva toccato il tasto laterale del cellulare e alzato il volume, lo aveva alzato come aveva fatto lui mille volte quando era lei a parlargli. Questa cosa l’aveva ferito.
Il fatto è che Miriam vorrebbe riavere indietro la sua vita.
Quanto l’aveva voluto, quel figlio? Molto, moltissimo, soprattutto dopo aver perso la bambina. La sua prima figlia, la bambina che era vissuta solo tre mesi, senza mai lasciare l’ospedale, senza mai essere staccata dalle macchine che la tenevano in vita. Lei non l’avrebbe mai odiata, Miriam ne è sicura, invece questo maledetto stronzo egoista e irriconoscente non lo vuole vedere piú.
Qualche giorno dopo la faccenda del volume alzato, Valerio le aveva chiesto dei soldi. Una frase pronunciata mille volte, dall’esito scontato. «Ma’, mi servono soldi». E Miriam aveva detto no. Un no che Valerio raramente aveva sentito uscire dalla bocca di sua madre; la sua indignazione era stata cosí grande che era rimasto muto, come un numero Dieci che sbaglia il rigore decisivo ai mondiali.
L’aveva insultata, poi pregata, poi lusingata, ma Miriam era un’altra donna, non era piú sua madre. Alla fine Valerio aveva staccato i cavi dell’impianto stereo in maniera ostentata. Miriam non l’aveva neanche guardato in faccia.
«Non ti darò niente,» gli aveva detto «e se rubi qualcosa chiamerò la polizia». Valerio le aveva riso in faccia. «La po-li-zia» le aveva fatto il verso, continuando a staccare i cavi, torti tra loro in un groviglio nero. Miriam aveva fatto il 112 e aveva detto: «Buongiorno, sono Miriam Zanin, mio figlio, Valerio Maggi, probabilmente sotto l’effetto di qualche sostanza, sta rubando l’impianto stereo in casa mia. Abitiamo in via…»
E Valerio – chissà cosa pensava Valerio, forse credeva fosse una di quelle finte telefonate al collegio che le madri fanno quando tu hai sei anni e loro vogliono spaventarti a morte – era uscito di casa mandandola affanculo, e quando era tornato, la mattina successiva, c’era l’atto di notifica per la denuncia, doveva andare in caserma, e Valerio le aveva detto che era pazza, ma Miriam non era pazza, semplicemente non lo amava piú.
Come sono ridicoli i sentimenti di chi ci ama ancora, quando noi smettiamo di farlo.
Quella notte, la notte prima della denuncia, Valerio l’aveva trascorsa coi suoi amici di sempre – «Quelli sono degli sbandati, ti trascineranno in basso insieme a loro» – ed era stata l’ultima notte felice di sempre, l’ultima notte in cui era stato un figlio, in cui aveva avuto la certezza che qualunque cosa accadesse, qualunque cosa facesse, anche la piú terribile, sua madre non avrebbe fatto come suo padre. L’ultima notte con la certezza che lei sarebbe stata sempre al suo fianco, sempre dalla sua parte. L’ultima notte in cui tutto il suo corpo aveva potuto sballarsi e oscillare sull’orlo di un precipizio senza preoccupazione, perché ancora sentiva la mano di sua madre che lo tratteneva dal cadere, ancora percepiva l’amore come scudo contro ogni avversità, come una pesante cotta di maglia a ripararlo dal conto che le lame della vita gli avrebbero presentato.
E poi aveva capito, e si era ritrovato solo. Si poteva davvero smettere di amare un figlio? Forse sí, visto che a Miriam era successo.
Quando sente il pianto della bambina, Miriam pensa di averlo immaginato. Non è un pianto vero e proprio, è piú un miagolio. Ha perso il conto delle volte in cui ha avuto quelle allucinazioni uditive. Si rimette le cuffie e le toglie solo quando Valerio arriva in cucina e le porge un fagottino. Non gli dice niente, non si toglie nemmeno le cuffie. Si sporge, guarda il fagotto.
«Dammela» solo questa parola, e la prende dalle mani di Valerio.
La riconosce dall’odore, prima che dai lineamenti. Che ogni madre saprebbe riconoscere sua figlia tra mille non è vero, soprattutto se tua figlia l’hai vista per l’ultima volta trent’anni prima, e soprattutto se, quando è morta, non aveva neanche tre mesi.
Però l’odore se lo ricorda, se lo ricorda anche se la bambina stava quasi tutto il tempo nell’incubatrice, anche se poteva tenerla in braccio mezz’ora al mattino e mezz’ora alla sera, anche se in quella mezz’ora spesso doveva dividere la bambina col padre. Le farà bene andare in braccio a suo padre? si chiedeva Miriam. Le farà bene passare dieci minuti lontana da me?
Non le aveva fatto bene, visto che era morta, ma sarebbe morta ugualmente anche passando tutti e trenta i minuti in braccio a lei, di questo si era convinta negli anni.
Ma poi, da quando era nato Valerio – e Valerio, l’abbiamo già detto, l’avevano voluto tantissimo, forse piú lei che suo marito – non era passato nemmeno un giorno senza che lei lo confrontasse con la bambina. Continuava a scrutarlo, misurarlo, inscatolarlo in una definizione che poteva riassumersi con non-bambina, il contrario della bambina.
Avrebbe voluto una femmina? Gliel’aveva chiesto suo marito, quando Valerio era nato, ma lei aveva detto che no, assolutamente no, non avrebbe mai voluto una femmina. E anche lui era sembrato d’accordo, e pacificato, quasi rincuorato, ma solo perché non sapeva che la frase completa era: «Non avrei mai voluto una femmina, l’unica femmina che volevo era quella femmina».
Quella che era morta a tre mesi – in realtà a un mese – visto che era nata di sette.
Miriam aveva anche passato i trent’anni successivi a chiedersi se Valerio sarebbe nato lo stesso se la bambina non fosse morta. Se lo chiedeva, ma era una domanda superflua. Se lo chiedeva per non sentirsi una madre orrenda, se lo chiedeva perché in realtà sapeva che la risposta era no, non sarebbe mai nato, e sarebbe stato meglio.
Il marito di Miriam li aveva lasciati quando le cose si erano messe molto male, e lei non aveva potuto far altro che accettarlo. «Tra mio figlio e mio marito, scelgo mio figlio» le aveva detto una volta una sua amica, e Miriam aveva pensato che anche lei, fosse stata la sua amica, tra il figlio della sua amica e il marito della sua amica avrebbe scelto il figlio, ma non perché, come dicevano alcune, il figlio è stato dentro di te, è sangue del tuo sangue, è stato nelle tue viscere, no, niente di tutto questo: semplicemente il marito della sua amica era un coglione e suo figlio invece era un tipo a posto. Non troppo furbo, forse, ma a posto. Al contrario del suo, di figlio, che era intelligente ma un coglione totale. Ad ogni modo, suo marito era troppo stanco di quella vita per stare ancora appresso a loro, e quindi li aveva lasciati, li aveva abbandonati, anche se lei continuava a pensare a lui come a suo marito.
La donna con cui ora stava suo marito non aveva niente di Miriam: non aveva una tragedia grande da sopportare, non aveva una croce che la accompagnava, non aveva un mutuo, non aveva un cazzo, nemmeno un cane o un gatto. Aveva solo il marito che aveva rubato a lei, che tutte quelle cose se le portava appresso, le aveva, quelle cose, la tragedia grande, la croce, anche se da quando stava con quella donna giocava a non averle piú.
La donna era una con un lavoro mediocre e sottopagato che la costringeva a stare a contatto con dei ragazzini tutto il tempo. Miriam non capiva come fosse possibile stare a contatto con dei bambini non tuoi per un’intera giornata, da piccoli erano insopportabili, e quando crescevano era anche peggio. Ma lei lo faceva con gioia, o almeno questo diceva suo marito. Forse perché se i bambini non sono tuoi ma a un certo punto della giornata se ne tornano a casa dai loro genitori – e in piú tu sei pagata per starci insieme – riesci a farlo con gioia? Miriam non lo sapeva.
Era comunque strano che suo marito avesse scelto un’insegnante come nuova compagna. Chissà di cosa parlavano a cena. Forse lei gli raccontava quello che era successo in classe quel giorno, tipo: «Sai Meneghetti, il ripetente? Ha tirato un pugno in faccia al suo compagno spaccandogli gli occhiali» oppure «La dirigente ha convocato il collegio docenti per sabato pomeriggio», cose del genere. Miriam non riusciva a immaginare che lei gli raccontasse cose buffe. Suo marito aveva sempre avuto molto bisogno di ridere, soprattutto dopo che era morta la bambina, ma lei si immaginava che la nuova donna non fosse divertente, chissà come mai.
La bambina non piangeva. Se ne stava lí, avvolta nella copertina. Miriam non rispondeva alle domande di Valerio, «Ma’, da dove viene questa?», «Ma’, chiamo la polizia?», «Ma’, è una neonata, dobbiamo restituirla, penseranno che l’ho rapita…»
«Perché cazzo dovrebbero pensare che l’hai rapita?» aveva chiesto alla fine Miriam, e Valerio non aveva saputo rispondere. Poi gliel’aveva raccontato: «È mia figlia. Adesso taci che devo pensare». Lui non aveva taciuto proprio per niente. Valerio non sapeva della bambina. Loro non gliel’avevano mai detto. Forse per evitare la domanda: «Se la bambina non fosse morta io sarei nato lo stesso?» «Ma certo, amore» gli avrebbe detto suo marito. «Ma certo che no, amore» gli avrebbe detto lei. Nonostante il suo vociare, Miriam era riuscita a pensare lo stesso, e l’aveva mandato in farmacia a prendere il latte in polvere, il biberon, i pannolini.
«Hanno le taglie,» gli aveva detto, e poi, soppesando la bambina, aveva aggiunto, «prendi i piú piccoli». Non si ricordava quanto potessero essere piccoli i bambini. Minuscoli. E lei non aveva niente da metterle, niente da darle da mangiare; niente, in quella casa, era a dimensione della bambina. Non c’erano nemmeno i vestiti di Valerio, perché appena lui cresceva un po’ li dava via, come se non volesse avere piú niente a che fare col bambino piccolo che era stato Valerio, come se preferisse non tenere traccia del fatto che era stato piccolo anche lui.
Quando era tornato, Miriam aveva scoperto che Valerio aveva comprato anche un ciuccio. «Me l’ha consigliato la farmacista» aveva detto. L’aveva scelto giallo, chissà perché giallo e non rosa. «Dobbiamo sterilizzare tutto e darle da mangiare» aveva detto Miriam, e Valerio aveva cercato su Google come si sterilizzano le cose. Che coglione, aveva pensato, ma si era anche intenerita per lo sforzo che stava facendo. Si stava impegnando per far sopravvivere sua sorella. E poi a Miriam era tornato in mente il problema cardiaco della bambina. E se lo avesse ancora? E se mi morisse in braccio una seconda volta? Ma no, sembrava stesse bene, sembrava in salute. Il visino era rosa, e aveva bevuto mezzo biberon e si era addormentata. Si era seduta sul divano, con un cuscino a farle da supporto al braccio sinistro. Poi aveva bisbigliato a Valerio di chiamare suo padre. «Digli di venire subito, digli che lei è tornata».
Valerio aveva telefonato, aveva detto «Pa’, ma’ dice che devi venire subito perché,» aveva fatto una pausa e aveva abbassato la voce, «perché lei è tornata». Valerio era pronto a spiegare ogni cosa, era pronto a dire a suo padre che era entrato in camera – la camera che doveva essere di sua sorella? – e che aveva visto questo fagottino poggiato in mezzo al letto, e che all’inizio si era ritratto, come se una scossa elettrica gli avesse attraversato il corpo. Se suo padre gli avesse chiesto di piú, sarebbe stato pronto a dire che prima di portare la bambina a sua madre l’aveva presa in braccio, e si era assicurato che fosse viva – lo era, era calda, respirava – l’aveva annusata e aveva osservato i suoi piccoli occhi che tremavano dietro le palpebre. Che aveva provato l’istinto di stringerla forte, fortissimo, lo stesso istinto che si prova quando si tiene tra le mani un pulcino o un passerotto. Gli avrebbe confessato del desiderio di nasconderla, di tenerla per sé, un bisogno che gli era passato per la testa per una ragione che nemmeno lui sapeva – gelosia? – e che era durato pochissimo, pochi attimi, davvero; il desiderio di tenere la bambina per sé, senza portarla alla madre. Ma suo padre aveva reagito come se aspettasse quella chiamata da anni, aveva detto «Arrivo» e si era messo in viaggio, e Valerio, in fondo, non si era stupito che il padre non gli chiedesse chi, chi era tornata, quando, come, in che modo e soprattutto perché.
Ma com’era possibile che nessuno ne avesse mai parlato con lui, com’era possibile che i suoi genitori si fossero tenuti quel segreto orrendo? Miriam guardava la bambina dormire, Valerio guardava sua madre che guardava la bambina dormire e pensava che aveva perso il posto di preferito nel suo cuore, senza sapere di non averlo mai avuto.
Valerio aspettava suo padre alla finestra, per evitare che suonasse il campanello disturbando la bambina. «Come si chiama?» aveva chiesto, e sua madre gli aveva detto, «Possiamo chiamarla con un nuovo nome, quello vecchio è cosí pieno di tristezza» e lui si era messo a pensarci, senza proporre niente.
Quando era arrivato, il padre di Valerio aveva usato le sue chiavi per aprire.
Te ne sei andato da cinque anni ma hai ancora le chiavi, aveva pensato Miriam.
Si era avvicinato lento al divano. «Bianca?» aveva chiesto a voce bassa, dubbiosa.
«Non si chiama piú cosí» gli aveva detto Miriam.
«Come si chiama?» aveva chiesto, e Valerio «Si chiama Allegra».
Miriam aveva annuito, «Si chiama Allegra».
E allora suo marito si era avvicinato alla bambina, aveva toccato il fagotto in corrispondenza dei piedini e aveva detto «Sí, Allegra va meglio».
Suo marito aveva chiamato l’altra donna e le aveva detto che non sarebbe tornato a dormire. Lei aveva dato per scontato che fosse successo qualcosa per colpa di Valerio, lo avevano capito dalle sue risposte imbarazzate. Valerio si era indignato e aveva guardato sua madre, che lo aveva guardato a sua volta come a dire: cosa ti aspetti da un cervello del genere?
«No, è che…» stava dicendo suo padre, ma poi doveva aver pensato che gli faceva gioco, perché aveva concluso con «Te lo racconto domani, ok? Mi spiace…»
Gli spiace, aveva mimato Valerio, e Miriam aveva sbattuto velocemente le ciglia e piegato la bocca verso giú, mentre cullava Allegra.
Poi lui aveva riattaccato. Era andato da loro tre e aveva messo una mano sulla spalla di Valerio e una su quella di Miriam, e visto che era stato il primo a rendersi conto che erano di nuovo una famiglia, aveva chiesto, felice: «Adesso cosa facciamo?»