Il lupo, nero come la fuliggine che lo ricopre, è chiuso in una cantina buia da un tempo ormai immemore. Davanti al suo muso teso ci sono una serie di fitte ragnatele che lo nascondono alla vista; il lupo vaga con la mente ai ghiacciai e alle nevi dove è nato, ma un rumore lo fa tornare alla realtà, di tutta quell’acqua è rimasto solo il gocciolio della condensa che trasuda dalle pareti per poi evaporare. Il lupo è nascosto nella zona della cantina più in ombra, più buia, perché aspetta. Come ogni notte aspetta solo una cosa: che la bambina compaia.
Eccola: una botola posizionata sul fondo della cantina si apre, e la bambina emerge da lì, da un luogo ancora più profondo della cantina stessa, un luogo che il lupo non ha mai visto e dove non può accedere. La botola compare solo quando arriva la bambina per poi richiudersi sopra di lei quando se ne va, lasciando il terreno compatto, come se nulla fosse accaduto. La bambina, come ogni notte, è vestita con un mantello rosso fuoco che le copre anche il capo, è impossibile riuscire a distogliere lo sguardo da lei, è magnetica.
Davanti a loro c’è una lunghissima scalinata che parte da terra e poi si innalza verso l’altissimo soffitto. Saranno più di cento metri di parete da risalire per arrivare finalmente al soffitto, ma più si innalza la scala, più il cunicolo si restringe. L’unico punto di luce è un lucernario di vetro spesso, alla fine del cunicolo, che si può raggiungere solo percorrendo tutta la scala.
La bambina esce dalla botola e mette i piedi nudi sul pavimento. Il pavimento della cantina è pieno di fratture, è incrinato, asimmetrico e rotto in quasi ogni suo punto, e quando la bambina ci mette sopra i piedi, come ogni notte, diventa bollente al suo passaggio.
Il lupo osserva la bambina camminare sopra le fratture del pavimento e, come ogni notte da cento anni, guarda innalzarsi una cenere fittissima che piano piano riempie l’aria, sollevandosi in alto, ma senza raggiungere il lucernario, che sembra lontanissimo. Il lupo sa che è lì per aiutare la bambina nel suo piano di fuga, eppure la fuga fallisce ogni notte da cento anni. Quella notte saranno cento e una notte che la bambina non riesce a uscire fuori e che la scena si ripete con lo stesso risultato finale.
Ecco, compare il motivo che impedisce alla bambina di uscire fuori. La cenere si sta sollevando tutto intorno a loro, e l’istinto del lupo è quello di correre a salvare la bambina prima che la cenere la soffochi. La bambina continua a salire le scale. Il lupo blocca il suo istinto e resta nascosto. Sa già che se si scaglia contro la cenere, ha fallito in partenza. Sa già che la cenere forma un ostacolo insuperabile, e che quando si raduna nella parte alta della cantina lì l’aria diventa rarefatta e nessuno può passarci in mezzo senza morire asfissiato. Sa che la cenere impedisce alla bambina rossa di passare oltre una certa altezza sulla scala, perché se la attraversa, soffoca.
Sa anche perché la cenere si solleva dal pavimento e dalle pareti appena qualcosa o qualcuno si muove: sono i resti di un antico incendio che ha distrutto tutto ciò che prima c’era nella cantina. Le fratture del pavimento sono l’unica testimonianza visibile, oltre alla cenere, di ciò che è accaduto lì cento anni prima. Un testamento per chiunque passi di lì che dice qui una volta il pavimento era intatto e qualcosa l’ha bruciato.
Il lupo si avvicina alla bambina, ma deve muoversi pianissimo, o la cenere si solleverà molto più in fretta.
Una notte il lupo ha provato ad attaccare la cenere direttamente, è stato uno dei suoi primi tentativi da quando loro due si sono ritrovati in cantina con dei ricordi sbiaditi delle loro vite precedenti; la prima volta che la cenere si è sollevata il lupo si è scagliato contro l’oscurità fischiante e l’ha azzannata. Quel buio, all’improvviso, gli è parso il collo di un uomo, ma nel momento in cui ha serrato le fauci il collo dell’uomo si è dissolto in polvere; quello che ne ha ricavato è una zampa rotta, perché è caduto da una grande altezza schiantandosi a terra, ma senza riuscire a stringere nulla di solido tra i suoi denti.
La bambina continua a salire, e fa il primo colpo di tosse; ma il lupo la attende ai piedi della scala, senza muoversi o seguirla. La verità è che il lupo non vuole arrendersi, ma non si può mordere qualcosa che ti soffoca. La cenere impedisce a chiunque di scappare.
Una notte anche la bambina era arrivata molto più in alto del solito sui pioli della scala, perché aveva usato la cenere a terra per coprire il suo vestito rosso, poi si era completamente coperta il viso di stoffa, e si era coperta i piedi di polvere. All’improvviso era scomparsa anche lei nel buio, i suoi colori accesi svaniti nel nulla. Persino il lupo l’aveva persa di vista, incredulo. La cenere si era sollevata comunque per i suoi passi, ma senza riuscire a colpirla, perché non la vedeva davvero. Quando la bambina era arrivata vicino alla cima, a un passo dal lucernario, non aveva resistito a tenere gli occhi serrati dietro la stoffa e si era sfilata il cappuccio per guardare fuori. Il lupo aveva visto i suoi occhi fatti di brace brillare più di mille soli. Aveva distolto lo sguardo per non restare accecato da tutta quella luce.
Una cenere fittissima si era sollevata in meno di un secondo, e per un attimo al lupo era sembrato che non fosse cenere, ma la mano di un uomo che la spingeva giù dalle scale, poi la mano era tornata cenere, compatta, feroce, spietata, una pressione insostenibile che l’aveva fatta boccheggiare e che l’aveva spinta a cadere da cento metri di altezza. Il lupo aveva corso e poi l’aveva afferrata al volo e l’aveva portata a terra, nonostante il dolore alla zampa. Quella notte la bambina non era scesa nella botola all’arrivare del giorno. Era troppo debole per tornare dentro, qualunque cosa ci fosse sotto la cantina.
Entrambi avevano scoperto che vicino al lucernario la cenere era molto più violenta, perché la libertà era più vicina.
Per dieci anni la bambina non era più scesa nella sua botola. Si era fatta troppo male. Era rimasta semplicemente stesa a terra, il lupo vicino a lei, senza abbandonarla nemmeno per un istante, e si erano raccontati delle storie sulla luce, sulla speranza e sulla libertà che aveva visto fuori dalla cantina, gli occhi della bambina ridotti a carbone quasi spento. L’ironia del destino è che per i dieci anni in cui erano rimasti fermi, nulla si era mosso. L’aria della cantina era rimasta immobile con loro, la cenere non si era più palesata. Era la cosa più vicina alla libertà che loro due avessero mai sperimentato, quella libertà di restare in gabbia. Bastava restare immobili per vivere, ma quella non era di certo vita: la libertà era dall’altra parte, dove c’era la luce.
Allo scadere dei dieci anni la bambina era tornata nella botola, dopo aver ringraziato il lupo con i suoi occhi di brace viva, e dopo che il lupo aveva ricambiato con una leccata affettuosa sulla guancia. Erano insieme, e per questo, alla fine, ce l’avrebbero fatta.
La bambina continua a scalare i gradini. Tossisce più forte. Si copre la bocca con il cappuccio. La cenere nel frattempo si addensa. Bisogna pensare a un’altra strategia per liberarsi. Ma il lupo ha solo i denti con sé. Non sa più come salvare la bambina e sente di essere arrivato al limite delle sue forze. Osserva la stessa cantina che conosce da cento anni. E una notte.
Quella notte in più sente l’odore di qualcosa di diverso. Si volta in direzione dell’odore. Perché c’è una zona della cantina dove la cenere non si sta accumulando? Il lupo ci si avvicina di nascosto, nero come la notte, e sente il nulla. Il nulla. Cioè aria pulita.
Il lupo annusa ogni fenditura del muro finché non sente che una piccola, minuscola brezza non gli accarezza gentilmente il naso e si ritrae. Freddo. Odore di muschio. Il lupo si accorge che nel muro c’è una fessura da cui entra l’aria esterna. Invisibile a occhio nudo, si può percepire solo con la pelle. Il muro non è sigillato! Si guarda intorno e nota altre zone dove la cenere non si accumula. Dove passa l’aria esterna, la cenere non riesce a compattarsi. Fa una lenta ricognizione, con pazienza e precisione, senza correre. Le fessure non sono visibili, ma sono tante. E le hanno create loro, muovendosi per cento anni dentro a quella gabbia. Quando loro si muovono, tutta la cantina reagisce. Sono anni che le mura sviluppano delle crepe, nel silenzio più assoluto.
Il lupo guarda in alto. Se la finestra sul soffitto venisse aperta, l’aria risucchierebbe la cenere in un istante verso l’esterno, liberando la strada delle scale per uscire. La finestra va aperta. Bella scoperta. Torniamo indietro. Crepe. Piccole. Inutili. Hanno bisogno di una crepa più grossa. Molto più grossa.
E se la cenere facesse quel lavoro al posto loro? Quello che gli serve è fare qualcosa che lui e la bambina non fanno mai.
…
Il lupo comincia a correre, e la cenere si alza sempre di più, sempre di più. Invece di trattenersi, il lupo si scatena, e la bambina non lo capisce. Scende i gradini, gli va vicino e fa cenno di fare piano, il lupo la sposta con il muso e le fa cenno di correre. La bambina capisce e obbedisce, ha imparato a credere al lupo. Anche lei comincia a correre, pestando più che può i piedi per terra. Ride dell’effetto che questo fa al pavimento. Il pavimento inizia a tremare, le pareti a scuotersi violentemente; la bambina prende delle rocce e le lancia contro le pareti e fanno l’opposto di quello che fanno da cento anni, ovvero fanno rumore. Lei grida: «AHHHHH» e il lupo aggiunge: «UHHHHH».
Invece di fare piano, fanno rumore, tanto rumore; il lupo ulula: «UHHHHH», la bambina grida: «AHHHHHH», entrambi corrono come pazzi, e fanno un casino tale che la cenere si solleva così tanto da non avere lei stessa più spazio dove andare e da premere sempre di più, sempre di più, sempre di più, contro la finestra; il lupo incita la bambina a correre più veloce, e ridono come pazzi mentre intorno alle crepe del muro la brezza diventa aria pressurizzata che fischia, e tutto si muove in un terremoto implacabile, finché la cenere non raggiunge un punto di pressione tale contro il soffitto che spacca la finestra in mille pezzi, riducendola in frantumi che piovono come cristalli dentro la cantina, aumentando ancora di più il movimento del pavimento. La cenere viene risucchiata via dal freddo esterno, mentre la bambina rovescia il cappuccio del mantello e guarda l’apertura con occhi di brace che spalancano il sole sul mondo; svelta sale sulla scala, il lupo la raggiunge e salgono velocissimi verso l’apertura, nessuno può più fermarli adesso.
Mentre risalgono le scale la bambina si trasforma in una bellissima donna nuda, con le labbra di fuoco e gli occhi d’acqua, e il lupo, correndo a perdifiato su per la parete altissima, perde tutta la fuliggine dal pelo e torna a essere bianco come la neve, e poi torna ad essere un bellissimo uomo nudo, con gli occhi pieni di vento, e poi svanisce in un vento fortissimo che spinge la donna, che fa un balzo in avanti e diventa fuoco, diventa magma, diventa chilometri di lava che esplodono e il vulcano erutta con la violenza di un sole che esplode.
…
Il vulcano manda pezzi di rocce dappertutto, gas portato dal vento, lapilli, una nube di cenere, che copre l’aria dell’arcipelago nel raggio di chilometri e chilometri, mentre il magma scende dalle pareti del vulcano. Una voce racconta agli isolani che fuggono terrorizzati, gettandosi in acqua per non morire bruciati: «Questa è la mia storia, isolani, tenuta nascosta per generazioni. Io amavo l’uomo venuto dal nord e volevo sposarlo, ma il vostro re mi voleva come sua schiava e mi ha imprigionata nelle sue carceri perché non volevo essere sua, raccontando alla mia famiglia che non volevo vederli perché mi stavo preparando alle nozze. Un giorno il mio amato, che mi aveva continuato a cercare, ha trovato il modo di forzare la finestra mal chiusa dall’esterno della prigione. A un suo fischio io mi sono arrampicata sulle mura della cella e stavo per fuggire, quando il tiranno è entrato nella mia gabbia per giurarmi amore eterno: mi ha vista scappare, mi ha tirata giù e mi ha uccisa. Ha ordinato alle sue guardie di uccidere anche l’uomo che amavo e ha sepolto sotto al vulcano il mio corpo, e quello del mio amato dall’altro lato. Il tiranno ha raccontato alla mia famiglia che ero scappata con lo straniero e lo avevo abbandonato poco prima delle nozze, picchiandosi il capo cosparso di cenere, gridando il suo dolore. La sua recita fu perfetta, perché lui stesso ci credeva. Anche se mi amavano, tutti hanno taciuto, per paura di esserne uccisi a loro volta e, parlando tra di loro, dicevano che il re forse diceva il vero. Solo mia madre, perché mi conosceva, senza dire niente a nessuno ha seguito il re e ha capito dove era la mia tomba, e su di essa ha poggiato il mio mantello per ritrovarla. Ma quando ha raccontato che io ero stata uccisa, gridando: ‘Giustizia!’ la città le ha dato della pazza, le ha detto che quel mantello era rubato, che lei farneticava. La città non mi ha cercata! La città non mi ha creduta! La città non mi ha vendicata! La città non mi ha pianta! La città muoia!»
Fuori, gli uomini scappano perché il vulcano dopo cento anni d’inattività erutta, e uomini e donne urlano che la fine del mondo è arrivata. Chi grida il suo amore, chi i suoi peccati, chi chiede che giustizia sia fatta, chi cerca di sacrificare un altro al suo posto, ma è tutto inutile. La forza della natura che si credeva prigioniera da anni esplode, e distrugge tutto quello che le hanno costruito intorno, le vite di persone innocenti e le vite di persone colpevoli, senza fare alcuna distinzione, condannando a morte nella sua cieca rabbia tutto quel popolo per aver prosperato sul silenzio dei propri antenati. Il magma ricopre quella civiltà, senza lasciarne alcuna traccia.
Mille anni dopo
Due ragazzi, mano nella mano, passeggiano nel cratere verdissimo del vulcano spento, e uno dei due chiede alla guida se sono al sicuro, e con un brivido l’altro scatta una foto alla vegetazione rigogliosa colpita da un bellissimo sole tropicale. Hanno scelto una meta particolare per la loro luna di miele. Sanno che quel vulcano, ora del tutto innocuo, si è guadagnato il nome Fine del mondo perché, quando ha eruttato mille anni prima, ha distrutto un arcipelago grande come dieci volte la Corsica, terra che si è inabissata per sempre nell’acqua. Non si è salvato nessuno, nemmeno i corpi degli abitanti, immobilizzati per sempre nell’atto della fuga, poi diventati cenere. Gli storici hanno stimato la violenza di quell’eruzione come l’equivalente di centosettanta bombe atomiche.
«Siamo al sicuro?» ripete il novello sposo, nervoso per la mancata risposta.
La loro guida ride: «Sì, certamente siete al sicuro!»
Nel frattempo, i due turisti osservano una processione lunghissima di persone cosparse di cenere e con i piedi scalzi che si avvicinano al vulcano battendosi il petto, piangendo e urlando.
«Ma che succede?» chiede l’altro italiano.
La guida risponde con pazienza: «Ogni anno questo popolo durante la festa della città, chiede conforto e ascolto per il dolore dei propri concittadini e vicini di casa. Per il dolore che i loro vicini non hanno mai potuto esprimere».
Indica qualcuno nel mucchio.
«Quella là che si contorce a terra, può essere una donna senza lavoro che non racconta di aver scoperto il marito ricco a letto con un’altra, perché lui ha detto che se lo fa, le farà togliere la custodia dei figli; quello che si copre di cenere, può essere un uomo che non può raccontare il suicidio della sua compagna perché la famiglia di lei vuole fingere che sia stato un incidente; quel ragazzo che piange, potrebbe avere il cancro ma non raccontarlo al suo capo, perché lavora senza contratto in un posto dove scarica le cassette della frutta dalla mattina alla sera. Tutti i dolori che non possono essere confessati durante la vita, in questa festa vengono al contrario celebrati e festeggiati».
Le persone si dividono in gruppetti irregolari, di due o più persone e si siedono a terra a parlare.
«E adesso, cosa stanno facendo?»
«Alla fine della lamentela collettiva, la regola dice che ognuno debba raccontare il proprio segreto a una persona di fiducia e chiedere per la sua risoluzione positiva l’aiuto della comunità, e trovare supporto e conforto, in modo da placare l’ira del vulcano. Per esempio quella donna magari ora sta scoprendo che la legge è invece dalla sua parte, quell’uomo che nessuno può impedirgli di onorare la verità, tantomeno persone che non gli piacciono, e quel ragazzo chissà – forse ha trovato chi lo aiuterà economicamente a curarsi dalla sua malattia. Poi inizia una festa che dura tutta la notte, tra vino, balli e festeggiamenti in cui l’allegria regna sovrana. Alcuni studiosi legano la presenza di questa festa annuale alla longevità e felicità di questo popolo, i cui anziani arrivano fino a centoventiquattro anni d’età. Ma c’è una leggenda nel popolo che abita adesso questa terra, cioè che, se durante la festa anche una sola persona giurasse il falso, il vulcano Fine del mondo tornerebbe a essere attivo, seppellendo l’isola una volta per tutte».
Lo sposo guarda il suo compagno e gli sussurra con un risolino nervoso: «Giuro che ti amo». L’altro ride, per spezzare la tensione. Solo per un attimo, ha l’impressione che un guizzo rosso corra sul fondo verde del vulcano, e fa un balzo indietro.
Ma sono solo papaveri mossi dal vento.