Come sempre, il lago era gremito di giovani corpi nudi e luccicanti, che in lontananza si confondevano in masse di quarzo rosa, d’avorio e occhio di tigre. Nell’aria si percepiva l’odore di quella nudità nel fiore degli anni, insieme a un profumo di salmastro e di cespugli. Tra questi spuntavano ibischi e plumeria che nessuno di noi aveva mai visto appassire.
Mentre ci facevamo strada tra la gente, guardavo mio fratello Luciano: i capelli bruni che gli cadevano sulla fronte gli avevano sempre dato un’aria di malinconia che a me non era mai venuta così bene; il taglio sottile degli occhi, la piega della bocca, il modo persino in cui muoveva una per volta le dita della mano restituivano l’immagine di un’inquietudine forse stanca.
«Che c’è?» gli domandai, mentre costeggiavamo il bacino in cerca dei nostri amici.
Luciano scosse la testa, mormorò qualcosa di suo come faceva spesso, e cioè fingendo di condividerlo con il resto del mondo ma con un soffio di voce tanto impercettibile che alla fine, quali che fossero i suoi pensieri, se li teneva per sé.
«Guarda, c’è Alice!» dissi, una mano sollevata tra la folla.
Alice comparve con un sorriso e un’orchidea nell’oceano di rame dei capelli. Ci strinse a sé, uno per volta, sfiorandoci appena con le punte coralline dei suoi seni di quindicenne. Poi, quando si staccò dall’abbraccio, la vidi sollevare uno dei suoi sopraccigli incolti.
«E Teo?» domandò. «Non avete bussato da lui stamattina?»
Mi accorsi che la mano di mio fratello si apriva e serrava con una strana violenza.
«Sì che abbiamo bussato» risposi. «Non ha risposto, starà ancora dormendo. Lu’, tu ne sai qualcosa?»
«Che ne so» disse mio fratello, a labbra socchiuse.
Alice inclinò il capo, come per scrutarlo meglio. Sembrava volesse domandargli qualcosa in segreto, senza l’uso della parola.
«Oh, beh. Ci raggiungerà. Venite, con Giada abbiamo steso degli asciugamani laggiù».
Dando spintoni a destra e a manca nella calca felice, fatta soltanto di persone inviolate dal tempo e dalla fatica, raggiungemmo la nostra amica Giada, che si era già stesa sull’asciugamano. Quando si esponeva alla luce intensa, la sua pelle scura assumeva interessanti sfumature di melanzana.
«Ci sono Mario e Luciano» disse Alice, scuotendo l’amica. Vedemmo Giada sobbalzare e mettersi subito a sedere, le cosce rese ancor più monumentali dalla posizione e la pancia compressa in piegoline.
«Ciao, ragazzi. E Teo?»
Mio fratello si passò una mano sui capelli, con la sola volontà, in apparenza, di farli ricadere ancor di più sulla fronte. Sembrava, per l’estremo silenzio in cui era scivolato, che stesse cercando di mimetizzarsi con la vegetazione circostante.
«Abbiamo bussato, ma dormiva» dissi.
Giada per un istante sgranò gli occhi; un attimo dopo, dava l’idea di aver ricevuto un’informazione come un’altra. «Ah, certo. A chi non capita di dormire fino a tardi, qualche volta?» Fissava mio fratello. Lui contrasse la bocca.
«Ci raggiungerà dopo» disse Alice. «Facciamo il bagno?»
Quando uscimmo dall’acqua del lago, la gente era ancora ovunque. A volte, e questo capitava anche a Luciano – me l’aveva confessato, in certi momenti di loquacità –, provavamo un sottile senso di disgusto per la massa che ogni giorno trascorreva, senza davvero parteciparvi, le giornate insieme a noi. C’erano poi i dubbi, le incertezze esistenziali quanto quotidiane: chi siamo, da dove veniamo? Cosa facevamo prima di tutto questo?
E c’era la noia, che ci raggiungeva come un senso di sazietà per tutta quella bellezza percorsa di linfa vitale, per i godimenti dei sensi, per la completa assenza di sensazioni poco piacevoli che mai avevamo provato e che chissà perché volevamo sperimentare sulla nostra pelle. Avevamo bisogno di un sentimento privo di nome e che aveva tutta l’aria di far male, quasi fossimo cresciuti per una cosa e nati per un’altra.
«Una volta, ragazzi, ho fatto un sogno… Come si dice? Quella parola che nessuno usa mai?» chiese Giada, di nuovo stesa sull’asciugamano.
«Fatica?» azzardai.
«Che? Questa è più assurda dell’altra. Da dove l’hai pescata? No, no. Quando una cosa non è bella, è…?»
«Brutta!» disse mio fratello, «Brutta, bruttissima. Orripilante. Mostruosa…» e man mano che tirava fuori queste parole sconosciute, la sua voce scivolava sempre più nell’ombra nera e profonda di quell’immenso corpo di acqua, luce e gioia che chiamavamo mondo.
«Brutta, esatto. Ho fatto un sogno brutto».
«C’eravamo anche noi?» domandò Alice, seduta sull’asciugamano dell’amica.
«No, no. Non c’era nessuno, in realtà: solo caos e versi non umani ma che venivano da persone, come quando chiami a gran voce un amico o sei felicissimo di qualcosa, ma non proprio uguale… insomma, c’erano questi suoni e facce stravolte, un caldo infernale, abbracci e carezze troppo forti… capite?, li guardavo e pensavo che non si abbraccia così una persona. Era brutto, ecco, ma non era reale. Almeno credo. Mi sembrava di guardare dalla serratura di un altro universo».
Un singhiozzo turbò l’atmosfera. Ci voltammo di scatto verso Luciano, che stava facendo qualcosa di davvero assurdo. Dalla sua faccia, dagli occhi precisamente, uscivano fiumi d’acqua.
Alice e Giada si strinsero l’una all’altra, il fiato sospeso. Stavamo assistendo a un prodigio.
«Ti senti bene, Lu’? Che succede?» domandai piano, pur di non attirare su di noi l’attenzione della folla.
«Non era un sogno, Giada» disse con voce spezzata mio fratello, una volta che ebbe sospirato un paio di volte e si fu asciugato gli occhi. «È tutto vero, tutto. E non è un altro universo; è il nostro».
Alice era diventata pallida e il suo viso pareva contratto, troppo serio.
«Teo sta dormendo?»
Mio fratello nascose la faccia tra le mani e continuò a singhiozzare. Alice e Giada si erano avvinghiate in un abbraccio tremante, mentre a me il cuore batteva forte come se ne sapesse di più.
Intorno a noi, la gente non faceva che ridere e questo non mi faceva piacere.
«Ve l’avevo detto, che non dovevate!» disse Alice. L’acqua sgorgava anche dai suoi occhi, facendosi largo tra le sue ciglia foltissime. Sulle guance di Giada, invece, le gocce scivolando lasciavano una scia ben visibile.
«Non dovevate, cosa?» domandai.
«Perché non gliel’hai detto?» domandò Giada.
«Perché?» feci eco, senza capire esattamente quale fosse l’argomento ma provando per la prima volta un gran nodo alla gola e un senso di pesantezza nel petto.
«Ce lo avresti impedito» disse Luciano. «Avresti fatto bene, sai? Avresti fatto proprio bene, a impedircelo» e giù ancora di fiumi e singhiozzi.
La gente, intorno, ci lanciava sguardi di fugace curiosità, per poi tornare ai propri eterni divertimenti. Non avevamo sortito, per fortuna, l’interesse che temevo. Erano davvero tutti troppo felici.
«Dov’è Teo, adesso?» domandai.
«È rimasto lì, Mario. Non mi rispondeva più, aveva smesso di muoversi. Era in un sonno profondissimo o qualcosa del genere. Non riuscivo a caricarlo in spalla, io…»
«Per favore, puoi spiegarti meglio?» chiese Alice.
«Siete davvero andati al confine?» aggiunse Giada. Il loro abbraccio non era cessato e avevano l’aria di non essere molto serene, Alice e Giada.
«Stanotte ci siamo avventurati per le zone periferiche», disse Luciano.
«Ma i cartelli dicono che lì non ci dobbiamo andare!» e, afferrato mio fratello per le spalle, quasi gridai: «Come ti è venuto in mente? Come?!»
Sentii un gruppetto ridere alle nostre spalle. Pensavano a un gioco, a uno scherzo.
La mano nervosa di Luciano mi afferrò prima uno e poi l’altro braccio e le lasciò scivolare via. «Per la noia. E la nausea di tutto» disse, gli occhi prostrati, nerissimi, vuoti.
«Come hai convinto Teo?»
«Non l’ho convinto, l’idea è stata sua. Diceva di sentirsi dentro dei ricordi molto lontani; ricordi brutti, come nel sogno di Giada».
«Ricordi? Di ieri, di due giorni fa o cose così?»
«No, ricordi veri, vecchi, importanti. Di quando non eravamo qui, ma altrove».
Tacemmo tutti di colpo e si intrufolarono i gridolini di gioia circostanti.
Mi sentivo fuori posto.
«Che è successo al confine?» chiese Alice.
«Abbiamo superato un mucchio di foglie e fogliame, alberi, arbusti, cespugli… poi non c’è più nulla di tutto questo. Di fronte a noi è comparso un deserto notturno, immenso. Il suolo arido era disseminato di persone che dormivano, alcune con degli stracci addosso. Le abbiamo guardate a lungo, ma non si sono svegliate. Aguzzando la vista, ci siamo accorti che nel sonno avevano cominciato a consumarsi, a perdere la pelle e parte della carne. A un tratto Teo ha detto: «Non stanno dormendo, sono morti». E io gli ho domandato: «Come lo sai?» E lui mi ha detto che lo sanno tutti, che anche io lo sapevo, che stavamo soltanto giocando all’oblio. Poi però, non come una memoria, ma come un sintomo di memoria, ho sentito che lì fuori si moriva e che saremmo morti anche noi per il caldo e la fame e il dolore, ma ci hanno messi in una serra e allora sopravviviamo fino a esaurimento scorte».
«Vuoi dire che Teo…?» domandò Alice.
«Ha sfiorato la parete della serra con la fronte e si è accasciato. E io non so con precisione di cosa sia morto, so soltanto che mentre cercavo di trascinarlo via ho notato, nonostante il buio, che nei pressi della parete c’erano chissà quanti altri corpi. Allora sono scappato. E mentre me ne andavo, ho pensato che toccare la parete significa aver visto, e se hai visto non puoi più credere a questa luce, e se non ci credi più non puoi nemmeno vivere ancora».
Le ragazze e Luciano singhiozzavano e cominciai a sentirmi inumidire gli occhi anch’io. Ci afferrammo le mani a vicenda, ci stringemmo in uno strano quanto convulso abbraccio collettivo. Provammo forse, ognuno a modo suo, quel sentimento tanto ambito di completa disperazione, quel particolare dolore che non ci era mai stato concesso.
Per la prima volta trovai nel fondo del mio animo un senso di umanità, una verità che a poco a poco riemergeva dal pozzo oscuro e silenzioso.
Il lago era ancora gremito e il sole splendeva, come sempre.