Ogni mattina alzo le mie chiappe d’oro dal letto. Qualche mattina è piú difficile e per convincermi ad alzarmi devo prima rotolare per terra, poi una volta che mi trovo sdraiata scomoda e al freddo sul pavimento mi sento costretta ad alzarmi. Mi sembra un buon metodo, non so perché gli altri non lo utilizzino. Anche questa mattina alzo le mie chiappe d’oro dal letto. Le chiamo chiappe d’oro per prendermi in giro da sola, ho trent’anni e delle chiappe da trentenne, quando esco di casa e vedo chiappe piú giovani andarsene in giro in bella mostra scodinzolando per le strade mi vien voglia di cavarmi gli occhi con una forchetta. Quei culi stanno su da soli, io non so come facciano, spero siano tutte in giro con leggings modellanti e jeans push up altrimenti non si spiega. Il mio culo non sta su da solo. Fatica anche ad alzarsi dal letto da solo. Ma come ogni mattina lo spingo in cucina per fare colazione. Mi affaccio alla porta e c’è il mio coinquilino con la sua ragazza. Li saluto di sfuggita e fingo di essere di fretta correndo subito a prepararmi in bagno. Salterò la colazione. Non mi va di vedere i loro sguardi assonnati e innamorati e di sentirli schioccarsi un umido e sonoro bacio a stampo per poi augurarsi buona giornata e buon lavoro, aggiungendo un nomignolo affettuoso. Alla mattina voglio solo puntare il mio sguardo assonnato e ben poco innamorato sul muro scrostato dalla muffa e sorseggiare il mio caffè senza zucchero pensando ripetutamente «Buongiorno un cazzo, io non vado al lavoro oggi». Mi sbrigo, a questo punto devo arrivare a scuola un po’ in anticipo per fare la coda alle macchinette insieme agli studenti.
Lavoro in una scuola professionale, di quelle piene di adolescenti maschi che la prima ora sbavano sul banco, la seconda ora lanciano oggetti in giro per la classe e la terza ora disegnano peni sul muro per vedere se la prof. se ne accorge. Di quelle piene di canne girate in bagno, di pantaloni abbassati pericolosamente sotto il sedere per far vedere la marca delle mutande, di grosse scarpe nuove che dimostrano chi è il piú figo della scuola e di zaini vuoti perché i libri li ha mangiati il cane oppure li ha messi in forno la nonna per sbaglio. Non so se sia meglio o peggio essere una professoressa femmina in una classe di maschi. Per qualche breve momento sembra quasi che mi ascoltino. Penso che sia un’illusione, in realtà non vedono l’ora che io mi giri verso la lavagna. Ora resto in piedi appoggiata al muro proprio di fianco alla lavagna, fissandoli in silenzio con aria minacciosa in un vago tentativo di risultare passivo-aggressiva. Siamo nella giungla della prima ora e la sfida iniziale della giornata è averceli tutti seduti ancorati alle sedie e zitti. Qualche volta mi tocca urlare, ma stamattina sembrano tranquilli, si saranno fumati qualche canna in cortile prima di entrare. Cosí il vociare si spegne lentamente da solo, come all’inizio di uno spettacolo a teatro. Solo Marco va avanti piú degli altri a fare commenti inopportuni con il suo vocione ancora in via di sviluppo, finché non si accorge di essere l’unico a parlare e che nessuno ride piú alle sue battute. Si guarda un attimo intorno deluso, chiedendosi se gli altri siano tutti morti o se siano stati rapiti da degli alieni che li hanno sostituiti con degli automi che ora stanno seduti in silenzio in classe. «Siete dei cazzo di alieni» commenta con disappunto, ma viene silenziato definitivamente da una gomitata del suo vicino di banco, dopodiché si arrende sbuffando e predispone l’astuccio in mezzo al banco come cuscino su cui appoggiare la testa e dormire. Finalmente c’è il giusto silenzio e io posso prendere il gesso per disegnare sulla lavagna il grafico di una parabola. Spero che almeno uno in tutta la classe abbia una pallida idea di quale argomento stiamo trattando.
Ma il momento peggiore per me è l’intervallo. Tutti i miei colleghi parlano di lavoro durante l’intervallo. Io non voglio, voglio parlare di quale serie TV stai vedendo, quale viaggio stai programmando, cosa cucinerai a cena e che libro stai leggendo, se vogliamo proprio affrontare argomenti di spessore culturale. Non voglio parlare di lavoro all’intervallo. Altrimenti non chiamatelo intervallo. Capisco piú i ragazzi che gli adulti. Vorrei sedermi sui gradini fuori dall’istituto insieme a loro, a ingozzarmi di merendine al cioccolato e fare qualche tiro di sigaretta solo per sentirmi grande. Tirare un rutto forse, e poi ridere quando qualcuno mi dà del maiale. Ma ho vent’anni di troppo per comportarmi cosí. E soprattutto, forse qui non è il mio ruolo. Almeno oggi per fortuna non sono di sorveglianza. Faccio l’unica cosa che mi venga davvero voglia di fare: andare a nascondermi in macchina con il pretesto di aver dimenticato là qualcosa. Mi serve solo per uscire di qua dieci minuti, un bisogno innato di evasione, forse sono i ragazzi a trasmettermelo. Scappo, tanto tornerò subito. Altrimenti non prendo lo stipendio. Un bisogno innato di sopravvivenza economica. Raggiungo la macchina, ne intravedo un pezzo da lontano, il musino rosso che sbuca da dietro un’altra auto. E proprio lí davanti, un ragazzo in piedi girato di spalle. Per terra una pozza. Mi avvicino e l’odore di urina e il gesto del ragazzo di rimettersi il pisello nei pantaloni mi aiutano a identificare molto velocemente la natura della pozza. Mi fissa confuso. Io fisso lui. Fisso la pozza. Confusa. «Lei non è la prof. Riva». «Nemmeno lei è la prof. Riva» ribadisco, il volto inespressivo come una sogliola. Sorride anche se non vuole. «Mi scusi, devo aver sbagliato macchina». «No caro, hai sbagliato bagno». Apro la portiera, noncurante della sua presenza. Mi siedo al posto del guidatore, gli sbatto la portiera in faccia e appoggio sconsolata la testa sul volante. A occhi chiusi, sento la portiera opposta alla mia aprirsi e poi richiudersi. «Che sta facendo?» mi chiede. «Niente, tu che stai facendo?» «Un cazzo». Giocherella con il cassettino del cruscotto. Lo fulmino con lo sguardo. «Mi chiedevo… non è che dirà qualcosa alla prof. Riva vero? O al Preside». «Cosa dovrei dirgli?» «Della pipí». «Perché facevi la pipí sulla macchina della professoressa Riva?» Alza le spalle. «È una stronza. Pensa sempre che copio. Non copio. Ho studiato mezz’ora ieri per la verifica, ho saltato anche gli allenamenti di calcio. Fanculo, la prossima volta vado a calcio e me ne sbatto di tutti». «Mezz’ora non è tanto». «Però lei è una stronza». «Non saprei». «Allora, glielo dirà?» «Che cosa dovrei dirgli, che hai studiato addirittura mezz’ora?» «No, della pipí». «Quale pipí?» fingo di fare la gnorri. Sorride, per metà. Quando un adolescente sorride non è mai un sorriso intero, un angolo della bocca si increspa e l’altro resta ancorato verso il pavimento. Rimane una delle cose piú potenti che io abbia mai visto, il mezzo sorriso di un adolescente. E può essere solo mezzo sorriso perché anche lui è a metà, un essere umano non ancora completo, metà adulto metà bambino, metà perso nei suoi sogni e metà già traviato dalla realtà. Tutte le volte che penso a perché faccio questo lavoro, la risposta è questa: per quel sorriso a metà. «Ok, allora io non dirò a nessuno che lei sta in macchina a piangere durante l’intervallo». «Ma io non sto piangendo». «Be’, non sta nemmeno ridendo». Mi sfugge un sorriso, mezzo sorriso sghembo. L’altra metà del suo sorriso.
Il resto della mattinata scorre piú veloce del previsto, forse anche grazie a questo diversivo che ha dato ossigeno al mio cervello e mi aiuta a classificare questa giornata come leggermente diversa da quella di ieri e da quella di domani. È sottovalutato l’effetto che può avere una sana pisciata sulla gomma di una macchina. In ogni caso, per pranzo vado a casa, a scaldarmi gli avanzi della sera prima e a guardare un paio di episodi di una serie TV. Cosa ho cucinato ieri a cena e che serie TV sto guardando, l’avrei raccontato volentieri oggi all’intervallo. Se solo qualcuno me l’avesse chiesto. Ma a quanto pare a nessuno interessa. Dopo pranzo faccio un lungo pisolo di un paio d’ore, giusto per dimenticarmi di esistere per un po’. Al mio risveglio devo affrontare quella che per una ragazza della mia età è un’impresa titanica: prepararsi per un appuntamento. Ho conosciuto questo tizio su Tinder, non ci ho parlato molto eh, però mi ispira, sembra un tipo a posto, un po’ criptico forse, ma dice che preferisce fare due chiacchiere davanti a un bicchiere di vino piuttosto che lunghi discorsi in chat. “Meglio dal vivo” è la dicitura che ha trovato Tinder cosí che gli uomini possano arrivare subito al dunque. Equivale a un “Non ho voglia di perdere tempo mandandoti messaggi, vediamoci e basta cosí capisco subito se sei una con cui si può scopare oppure no”. Ma magari sono io che mi sbaglio. Fatto sta che mi preparo. La prima mezz’ora in realtà è piú che altro una preparazione mentale, bisogna proprio convincersi a uscire per conoscere uno sconosciuto che probabilmente sarà deludente come tutti gli altri uomini conosciuti nella vita. La tentazione di dare buca è sempre molto forte. Poi però mi viene in mente che ho sempre sognato di invecchiare facendo la maglia davanti al camino con i nipotini che mi saltellano intorno, ma per realizzare questo sogno ci vogliono dei nipotini e per avere dei nipotini ci vogliono dei figli e per avere dei figli ci vuole un uomo con cui farli, quindi okay, uscirò con questo tizio stasera. Per esaltare la mia ricerca di motivazione, accendo le casse e metto la musica a tutto volume, manco dovessi prepararmi per andare in discoteca, o peggio, in palestra. Poi procedo con depilazione-doccia-vestiti-trucco, finché non mi guardo allo specchio e penso di assomigliare almeno vagamente alla versione piú carina di me stessa. Ci ho messo troppo impegno, ormai è troppo tardi per tirarmi indietro.
Arrivo come sempre in elegante ritardo. Lo individuo già da lontano e vorrei mettermi a correre nella direzione opposta o indietreggiare lentamente senza perdere il contatto visivo per paura che mi rincorra, come se fosse un animale selvatico. Ha come minimo dieci anni in piú di quelli dichiarati e molti capelli in meno rispetto all’ultima foto pubblicata sui social. Un’aria leggermente da tossico e un cerotto appiccicato sul naso non riescono a migliorare la situazione. «Non ho visto il mobiletto della cucina» dice indicandosi il naso, frase che potrebbe quasi andare bene come giustificazione ma non come prima frase di presentazione a una persona. In mano ha una bottiglia di vino rosso senza etichetta e con un tappo in sughero che sembra stato già utilizzato in diverse, troppe, occasioni. Uno di quelli che è rimasto ad ammuffire nel famoso mobiletto della cucina per chissà quanti mesi prima di essere utilizzato di nuovo. Ci sediamo su una panchina. «Allora,» esordisce mentre sposta il suo ginocchio in modo innaturale solo per creare un contatto fisico con il mio corpo, «qual è la tua posizione preferita?» Il sorso di vino che sto bevendo mi va di traverso. Tossisco, lui ridacchia. «La mia cosa?» «Ovvìa! La tua posizione sessuale preferita. Non mi sembra una domanda cosí strana…» «Certo, non è strana, ci conosciamo da 2 minuti e 27 secondi, è abbastanza ovvio che vuoi sapere una cosa del genere» ironizzo. «Be’, c’è chi per prima cosa chiede il segno zodiacale». «Ok, sono vergine». «Non mi interessa il tuo segno zodiacale». «Ma infatti non parlavo di quello. Sono vergine. Voglio aspettare il matrimonio per fare sesso». È una bugia, ma tanto mi sembra chiaro che non avrà nessun modo di verificare. Mi sembra chiaro anche che non diventerà il padre dei miei figli e niente nipoti e niente camino e tutto il resto. Questa volta è lui a rimanere perplesso, manda giú un lungo sorso di vino. Beviamo direttamente dalla bottiglia perché nessuno ha pensato di portare dei bicchieri. Ora me ne pento, mi tocca appoggiare le labbra dove le appoggia anche lui e non riesco a togliermi dalla testa che sia quasi come baciarlo. Voglio far finire questo momento il piú in fretta possibile, ma il vino non scende, da quando l’ho vomitato alla festa della donna due anni fa nel bagno di un locale, faccio fatica a berne piú di un bicchiere. Lo ascolto blaterare uno sproloquio contro i tabú imposti dalla società, nel frattempo fa in tempo a fumarsi una sigaretta e finire il vino, mentre io interagisco solo con qualche monosillabo e cerco di distrarmi contando quanti secondi dura il semaforo pedonale dall’altra parte della strada e quante macchine passano mentre è rosso. Magari questo stato di trance potrebbe perfino ipnotizzarmi. Magari sono già sotto ipnosi e se qualcuno schiocca le dita scopro di non essermi mai alzata dal mio letto. Ma lui schiocca la lingua, come per dichiarare di aver finito l’ultimo goccio di vino, e purtroppo sono ancora qua sveglia e cosciente. Forse se ci salutiamo in fretta faccio ancora in tempo a vedere MasterChef prima di andare a dormire. «Vorrei invitarti a cena ma purtroppo avevo già preso un impegno con degli amici…» si inventa questa scusa. Il cerotto, ora leggermente scollato da un lato, traballa mentre avvicina pericolosamente la faccia alla mia per tentare di darmi un bacio di saluto. Gli schiocco un bacio frettoloso sulla guancia e trattengo un conato di vomito. Sarà il ricordo del vino rosso. «Allora, ci sentiamo». Lasciamo la bottiglia vuota e abbandonata ai piedi della panchina, ci voltiamo di spalle e ci allontaniamo in direzioni opposte a grandi passi come due sfidanti in un duello. Quasi mi aspetto che uno dei due si giri e spari all’altro. Conto i passi, uno, due, tre… al decimo passo penso di essere abbastanza lontana, sfodero il cellulare come una pistola e blocco il suo numero prima che possa sognarsi di contattarmi di nuovo.
Senza rendermene quasi conto mi ritrovo a casa, il mio corpo mi ci porta automaticamente senza che sia io a guidarlo. Sento addosso una sensazione di schifo e disagio, vorrei lavarmela di dosso con una doccia ma mi ricordo che nella vita bisogna anche mangiare. Accendo MasterChef e i concorrenti devono affrontare una Mistery Box contenente solo piselli, midollo e topinambur mentre io apro i mobiletti della mia dispensa e devo affrontare piú o meno lo stesso: piselli, tonno e zucca. Spadello il tutto mentre anche i concorrenti preparano i loro piatti, aggiungo il sale mentre Barbieri sbraita di stare attenti al sale, mi metto a tavola quando anche i giudici iniziano ad assaggiare i piatti. «Zucca e tonno, atensione, abbinamento interessante» dice Barbieri ammiccando mentre assaggia il mio piatto. Indossa una camicia a righe orizzontali in netto contrasto con la giacca a trama scozzese, cosa che nonostante il complimento ricevuto, mi fa venir voglia di tirare un pugno allo schermo. Finisco di mangiare e abbandono il piatto nel lavandino, non vedo perché dovrei lavarlo oggi quando domani sarà sempre lí ad aspettarmi, ancora sporco e anzi piú incrostato, sarà una sfida piú appassionante e avvincente cercare di pulirlo. Perché fare oggi una semplice azione che può invece diventare una sfida domani? Non voglio privarmi di questa occasione di crescita. Cazzo, si è fatto tardi, mi sono dimenticata di chiamare i miei. Mando un messaggio a mamma «Scusa, non mi sono accorta che era già cosí tardi. Ci sentiamo con calma domani?» Fisso la scritta Sta scrivendo… per tutto il tempo necessario a mia madre per rispondere a questo messaggio, che comunque equivale piú o meno al tempo che ci ha messo Dante per scrivere la Divina Commedia. «Ok, tutto bene?» «Sí, è solo stata una giornata molto piena e sono un po’ stanca». Altra Divina Commedia. Cosa ci sarà ancora da scrivere dopo Inferno, Purgatorio e Paradiso? «Non preoccuparti. Andrà meglio domani». Lancio il cellulare dall’altra parte del letto, non lo metto in carica, ce la può fare a stare sveglio fino a domattina mentre io dormo. Faccio rimbalzare la testa un po’ di volte sul cuscino, sperando che i pensieri escano e mi lascino addormentare in pace. Sperando che il mio cervello non si accorga che il mio corpo giace da solo in un largo letto matrimoniale vuoto dall’altra parte.
Dicono che prima di dormire faccia bene pensare a tre cose belle vissute durante la giornata. Io chiudo gli occhi e riesco a visualizzare solo una pozza di pipí ai piedi della mia auto, una giacca con la trama scozzese e un cerotto mezzo scollato sul naso.
Hai ragione mamma, forse domani andrà meglio.